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Domenica 5 Settembre 2010
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COMUNE DI MONTECRESTESE (VB)

Rss
Valle d'Isorno



Tempietto Lepontonico di Roldo (Sec. X - XII)

immagine ingrandita Tempietto di Roldo - Vista Fronte (apre in nuova finestra) La frazione Roldo di Montecrestese termina verso Sud su una roccia appena sporgente, ben levigata dall'antico ghiacciaio, che da questo punto si buttava nella sottostante vallata. Su questa roccia c'è una strana costruzione a forma di piccola torre che merita una attenta osservazione. Prima del 1945 era affiancata da una casa o fienile che in seguito restò priva di copertura. Infatti durante l'ultimo conflitto alcuni partigiani appostati in questo luogo, spararono alcuni colpi di fucile contro un gruppo di militari tedeschi di passaggio sulla sottostante strada che collega Masera a Crevola, richiamando immediatamente il loro intervento. I tedeschi però non avendo trovato i partigiani i quali tuttavia avevano lasciato chiare tracce della loro presenza, per rappresaglia incendiarono alcune case, dalle quali erano stati sparati i colpi e, fra queste, quella prossima alla torricella. Essa non fu distrutta, ma rimase tra le rovine, sopravvivendo a questa traversia. La gente del luogo la chiama semplicemente "torre di Roldo" ed anche "torre dei Picchi".
Secondo la tradizione locale i Picchi sarebbero stati un gruppo di briganti e, forse, dei signorotti che esercitavano il brigantaggio, nei secoli XVI-XVII , ai quali pare appartenessero alcune case forti e torri che costituivano i loro luoghi di rifugio, al cui riparo si facevano beffe della giustizia. Nel nostro tempo la torre servì sempre come deposito di attrezzi agricoli. La parte superiore non è agibile essendo crollato il tetto, sostituito da altro precario, in lamiera. Si accedeva al piano superiore mediante una scala esterna, ora scomparsa, dal lato Nord; ma l'ambiente e piccolo e non può contenere che poche persone. Ha una finestra ad arco a tutto sesto su ciascuno degli altri tre lati, ma al presente resta aperta solo quella sul lato Sud. La Parte superiore della torre poteva servire solo come riparo e punto di avvistamento delle guardie e degli osservatori che di qui potevano spingere lo sguardo fino a Domodossola e, forse anche come torre di segnalazione, giacché la parte superiore ora demolita, era adibita a colombaia. Non poteva avere invece alcuna funzione difensiva, mancando assolutamente sia di robustezza che di sistemi di difesa veri e propri.
immagine ingrandita Tempietto di Roldo - Particolare Tetto (apre in nuova finestra) Questa torre mostra di essere stata ottenuta sopraelevando una parte del corpo di una precedente costruzione, della quale non fu neppure tolto il tetto in pesanti piode che è rimasto, come e visibile dalla fotografia, inserito circa a metà della costruzione.
Dall'analisi della muratura e della struttura della parte superiore della torre di Roldo si può stabilire che il sopraelevamento deve essere avvenuta attorno al 1200. Ne consegue che la costruzione sottostante è anteriore al secolo XIII. Ma la struttura, il tipo di muratura, gli elementi architettonici e perfino la malta con cui sono legati i sassi dichiarano una ben maggiore antichità ed escludono in maniera assoluta che si tratti di un edificio medioevale o barbarico. Si tratta infatti di un edificio di epoca romana, databile attorno al primo secolo dopo Cristo e precisamente di un edificio adibito al culto pagano. Se con un taglio ideale, realizzato sulla fotografia, si toglie la parte aggiunta superiormente, si ha la visione della costruzione primitiva che immediatamente ci suggerisce una costruzione di epoca romana, anzi quasi arieggiante analoghe costruzioni etrusche. Propongo di considerarlo un edificio di epoca romana, a scopo cultuale, e più precisamente di un tempietto lepontico, cioè ad uso della religione del popolo ossolano. La descrizione che qui se ne da con i disegni e le fotografie che l'accompagnano ha lo scopo di documentare e provare per quanto è possibile questa affermazione.
Immaginando dunque di aver tolto tutte le aggiunte sia sopra che sul lato Nord, dove si ha l'entrata, si può facilmente ottenere la ricostruzione del tempietto proposta nei disegni. L'edificio è a pianta rettangolare. Le misure esterne sono di m.5,50 di lunghezza e m.3,60 di larghezza. Il tempietto è perfettamente orientato con l'asse maggiore nella direzione Nord-Sud.
immagine ingrandita Tempietto di Roldo - Vicolo di Accesso (apre in nuova finestra) E suddiviso in due vani: la cella propriamente detta che misura m.2,45 di larghezza e m.2,90 di lunghezza (misura interna) è quasi quadrata; precede un atrio largo come la cella, ma lungo solo m. 1.10. Si accede all'atrio sul lato Nord da una porta con arco a tutto sesto e si passa nella cella per un'altra porta, che era probabilmente rettangolare, e che però è stata demolita allo scopo di creare un ambiente più vasto, assorbendo il vano dell'atrio, a cui fu apposta una porta. Sono queste le sole modifiche, ben visibili, apportate alla struttura primitiva. La cella è coperta da una volta a botte ed è relativamente alta. Prendendo infatti come riferimento il pavimento, i muri perimetrali raggiungono i m.2,85 e con la volta i m.4,10. L'atrio invece, pure coperto da uguale volta a botte, raggiunge solo i m.2,95 di altezza. La cella ha una sola finestra nel muro meridionale, posta al centro a circa metà della sua altezza, ed è delimitata da lastre di marmo di Crevola disposte a cassetta. Una piccola risega interna serviva da battuta per apporvi un usciolo di legno del quale sussistono le tracce degli alloggiamenti dei cardini. La finestra, che misura solo cm.45 per cm.58, era anche difesa, pare, da tre sbarre verticali di ferro, scomparse perché consunte dalla umidità atmosferica. Questa finestra è stranamente molto elevata sul piano del pavimento, sopra cui si solleva di m. 1,85 e da una luce molto modesta all'ambiente. Il fatto che la finestra sia di marmo di Crevola fa supporre che anche gli stipiti della porta che dall'atrio immetteva nella cella fossero pure di marmo.
L'altare era presumibilmente sull'asse maggiore della cella e piuttosto vicino alla finestra. Ho detto altare, potrebbe però trattarsi solo di una base con relativa statua. Di tutto ciò non esiste traccia, se si eccettua nel pavimento la parte dove appare danneggiato che potrebbe essere proprio quella su cui si appoggiava l'altare o la base. Sia i muri perimetrali interni che la volta sono coperti di uno strato liscio di intonaco che raggiunge i cm.3 di spessore e che mostra una notevole durezza; è caduto solo in alcuni tratti vicino al piede.
Importante mi pare il piano di costruzione di questo edificio. Furono infatti delineati con molta precisione sia lo spazio che l'orientamento. Una linea perimetrale esterna di contorno corre al piede del muro, incisa profondamente nella roccia su cui l'edificio è stato costruito.
Mi fa ricordare l'analoga linea incisa sulla roccia che appare sopra il tratto di strada romana che costeggia il fiume a Donnas in Valle d'Aosta, linea che gli ingegneri romani hanno stabilito per fissare la pendenza del tracciato.
immagine ingrandita Tempietto di Roldo - Vista Laterale (apre in nuova finestra) Per costruire il piano di base del pavimento e come legante delle pietre fino all'altezza di circa 50-60 cm, si ebbe l'accorgimento di usare il cocciopesto con calce, cioè la signina, che l'architetto romano Vitruvio consiglia per evitare l'umidità ed i guasti apportati dallo stillicidio dei tetti (che non avevano canali) al piede dei muri. Le tracce della signina sono visibili sia internamente che esternamente.
Il muro perimetrale ha uno spessore di cm.54, eccetto quello meridionale che è di soli cm.45. Le pietre utilizzate per la costruzione sono di cava locale e di lunghezza molto varia. Alcune, più lunghe, sono disposte negli angoli con il preciso scopo di legare i muri ed assicurare la massima stabilità. Alcune di esse, visibili soprattutto sul lato Sud, superano i m. 1,50 di lunghezza e raggiungono talvolta i m. 1,95. Ma verso il centro del muro appaiono anche pietre di minori dimensioni e frammenti.
Le pietre sono poste tutte di taglio in corsi non regolari e solo grossolanamente paralleli. Lo strato di malta che tiene insieme le pietre è piuttosto spesso, da 1 a 3 cm; all'interno il muro è praticamente a sacco, cioè di frammenti di pietra cementati da abbondante e durissima malta. Si ha l'impressione che i costruttori abbiano voluto assicurare un legame sicuro e robustissimo fra gli elementi che costituiscono il muro, senza alcun risparmio di calce. All'altezza di m.3,85 dal piano del pavimento, lungo l'intero perimetro del muro, è posta una pietra piatta e scura che segna tutto il muro su ogni lato. Questa pietra è ben visibile sul muro meridionale; ha lo spessore di cm.10 circa, la larghezza di cm.45 e la stessa lunghezza del muro, cioè m.3,60. Questa pietra ha una precisa funzione nella statica della costruzione.
immagine ingrandita Tempietto di Roldo - Cartello Didattico (apre in nuova finestra) Funge infatti, sia sul lato Sud che su quello Nord, da corda di un arco di scarico, sostenuto anche da una lunetta in muratura, sulla quale si appoggiano gli elementi della volta a botte della cella, consistenti in lunghe e strette piode le cui testate appaiono in forma di conci dell'arco, ma che si prolungano all'interno nella volta. La spinta in tal modo è solo in parte scaricata sui muri orientale ed occidentale e ad essa sono direttamente interessati quelli settentrionale e meridionale, dove tale spinta è annullata appunto dalle lunghe pietre nere che hanno funzione di tirante. Queste pietre non sono di cava locale, ma provengono dalla valle Bognanco o da qualche masso erratico di pietra serpentina, ben nota perché utilizzata anche per fare pentole e fornelli, volgarmente chiamata laugera (1). Anche sopra l'atrio, che non ha subito l'aggiunta del '200, si ha una piccola volta di uguali caratteristiche costruttive.
Essendo, all'atto del ritrovamento, in parte scoperta è stato possibile anche individuarne la struttura. Il tetto della costruzione non aveva alcun sostegno ligneo, ma appoggiava direttamente alla volta. Era costituito di robuste piode di lunghezza pari a quella dello spiovente (m. 2,20 circa) ed appoggiate su un breve risalto di cornice di gronda, corrente tutt'intorno, e sulla volta stessa. Le lunghe piode erano scavate in modo da fungere da tegoloni diritti e rovesciati come sono stati proposti nel disegno ricostruttivo. Si sono ritrovate numerose pietre così lavorate nei dintorni della costruzione e tutto fa pensare che appartenessero ad essa. Quanto del tetto si vede nel muro meridionale è comunque sufficiente a confermarci l'uso di tali piode per la copertura.
Tetti senza sostegno di travature lignee non sono facili a costruirsi quando le dimensioni raggiungono valori elevati, ma per costruzioni di piccole dimensioni sono sempre stati in uso nell'Ossola. Ne troviamo un esempio nella copertura del tetto della sacrestia vecchia della chiesa parrocchiale di Varzo che ha queste caratteristiche e che, probabilmente, tramanda una tecnica che ha origini molto antiche. Il pavimento della cella ha subito lungo i secoli notevoli danni. Ne restai tuttavia una parte sufficiente per darcene le necessarie informazioni. Era evidentemente costituito di un impasto di cocciopesto e piccoli pezzi di marmo chiaro di Crevola dai toni grigi e rosati; si tratta in sostanza del tipo più comune di mosaico, di uso frequente in età romana dal primo secolo in avanti (2) .
immagine ingrandita Tempietto di Roldo - Vicolo (apre in nuova finestra) Ritroviamo dunque nella costruzione del tempietto di Roldo le stesse caratteristiche riscontrate anche in altre della stessa epoca. Il tipo di muratura e il paramento murario, l'uso stesso della signina al pianterreno ci riportano a quelle costruzioni che furono rinvenute sotto l'antico convento dei Frati Minori a Domodossola. Ma sempre a Domodossola si hanno notizie di altri ritrovamenti di pavimento a mosaico similari (3). Questo tipo di pavimento non e quindi da non considerarsi raro in Ossola, dove però ritroviamo anche quello a piastrelle esagonali di marmo o di pietra di diversi colori nel tempietto di Candoglia scoperto nel 1903 e subito distrutto (4). Per una datazione del tempietto di Roldo che tenga esclusivamente conto della struttura, della tecnica usata per la pavimentazione, propongo come più probabile il primo secolo dopo Cristo. E' questo periodo in cui in Ossola si riscontra una rapida cresci a economica, frutto della pace sociale e della vivace imprenditorialità. I reperti tombali di questo periodo sono senza alcun dubbio ricchi e raffinati; ed è in questo clima di tranquillità, di cresciute possibilità economiche e di maggiori esigenze culturali ed estetiche che si spiega l'aumentato impegno costruttivo che tenta di adeguarsi alla moda romana, ma che non trascura la migliore tradizione del luogo.
Solo cosi si spiega come in una località a prima vista insignificante come Roldo sorga un tempietto di questo genere. Del resto si può anche supporre che esso sia dovuto alla iniziativa di una o più famiglie facoltose della zona, che a Montecrestese avevano la loro residenza o il loro possedimenti.
Nessuno ci vieta di pensare che l'amenità del luogo e la dolcezza del clima abbiano invogliato i più abbienti ossolani a costruirsi delle ville in quelle stesse zone (Trontano, Masera, Montecrestese, Oira, Crevola) dove per lo stesso si è sempre costruito e si continua a costruire anche ai giorni nostri. Sparsi blocchi di marmo di Crevola riutilizzati m costruzioni medioevali potrebbero essere appartenuti in origine a queste ville o abitazioni. I ritrovamenti tombali del e 2° secolo d. Cristo di Masera, con le ricche suppellettili fittili, di bronzo, argento ed oro, i ritrovamenti della tomba di Claro Fuenno, un ossolano romanizzato, a Domodossola con coppe di vetro policromo che fanno supporre un fiorente commercio con la zona pedemontana e con il Veneto, giustificano questa ipotesi (5). Ma quali ragioni ci possono indurre a credere che si tratti proprio di un tempietto lepontico?
Una attenta analisi dell'edificio, sia in pianta che in alzata, mostra chiaramente che la destinazione iniziale non poteva essere quella di abitazione, trattandosi di una sola stanza, con finestra piccola in alto, ed atrio aperto. Tanto meno poteva essere destinato a stalla o deposito di qualunque specie; la preziosità del disegno, del pavimento, dell'intonaco ecc. non troverebbe alcuna giustificazione. Tutto invece fa pensare ad un uso non profano, ma sacro. In Ossola dovettero certo esistere anche altri edifizi di culto di ben maggiori dimensioni e ricchezza d'ornato. Ma della loro forma non conosciamo nulla. Si eccettua quello di Candoglia, descritto dal Galloni, che aveva pianta circolare di m.2,50 di diametro, e che, essendo bene intonacato all'interno, doveva essere un vero tempietto e non un semplice sacello. Vi apparteneva probabilmente l'altare dedicato a Giove ed Iside, ritrovato in vicinanza. Ma volendo fare un confronto con altri templi e tempietti della romanità, troviamo che quello di Roldo non rispetta i canoni del tempio greco, etrusco o romano. Infatti il tempio classico, i cui elementi fondamentali sono la cella e l'atrio o pronao, è coperto da un unico tetto che si estende su ambedue, mantenendosi allo stesso livello. Nel tempietto di Roldo invece le due coperture sono distinte e quella dell'atrio è molto più bassa. Diverso era, pare, il disegno dei templi gallici o anche gallo-romani che hanno mantenuto la struttura tradizionale. Ma anche di essi non abbiamo esempi da poter mettere a confronto, giacché, sebbene gli scavi archeologici ne abbiano messo in evidenza le fondazioni, non ne esiste alcuno che conservi integri i muri perimetrali e la copertura.
Dalle tracce rimaste si crede però che questi templi gallici o gallo-romani avessero una cella quadrata o pressoché quadrata , relativamente elevata, attorno alla quale correva un portico o peristilio sensibilmente più basso.
Si vuole anzi che una simile struttura architettonica del tempio gallico sia rappresentata sul retro di un denaro coniato da Augusto in Asia Minore in onore di Cesare conquistatore della Gallia (6).
Il tempio rappresentato non ha infatti riscontro con quello classico greco-etrusco-romano. Il tempietto di Roldo ha, mi pare, maggiore corrispondenza con il tempio gallico: la cella pressoché quadrata, l'alta finestra ed il basso peristilio ridotto in questo caso a semplice atrio. Così l'ipotesi più probabile è che quello di Roldo sia un tempietto che rispecchi la tradizione ossolana e quindi debba definirsi più propriamente lepontico. La soluzione architettonica, piuttosto semplificata, ma non banale, adottata per il tempietto di Roldo aveva probabilmente altri esempi nel mondo alpino dove erano, forse, rare le costruzioni sacre di vaste proporzioni e predominavano tempietti ed edicole. Giova a questo punto ricordare che anche in vicinanza del cromlec megalitico ritrovato sul Piccolo San Bernardo furono ritrovati i resti di un tempietto, di cui si riconosce solo la pianta e le dimensioni che risultano prossime a quelle del tempietto di Roldo.
Il fatto che si eriga un tempietto con tecnica muraria romana, ma il disegno sia lepontico, fa supporre che la costruzione sia dovuta alla iniziativa degli autoctoni, i quali hanno voluto mantenere la loro tradizione cultuale. Nessun segno esterno od interno mi stato dato di reperire finora il quale ci illumini sul nome della divinità a cui il tempietto era dedicato. All'interno infatti, all'infuori di una fascia scura continua che decora in alto la cella, non sono stati trovati ne affreschi, ne graffiti intelligibili. Si trattava di divinità appartenente al pantheon lepontico, romano o di quelle deità sincretiche che sembrano fatte apposta per soddisfare parecchie religioni? Non si può sapere; sebbene la presunzione vada a qualche divinità lepontica tradizionale. A questo punto, a solo titolo di ipotesi, vorrei proporre una divinità di tipo solare: Beleno, Apollo, forse anche Mitra, oppure una divinità locale.
Noto anzitutto che il tempietto di Roldo ha un perfetto orientamento Nord-Sud, contrariamente ai templi romani che sono rigidamente orientali nella direzione Est-Ovest. Osservo inoltre che la finestra marmorea potrebbe avere la funzione non solo di dare un pò di luce all'interno della cella, ma di "introdurvi il dio solare stesso", servendo allo scopo di creare particolari coincidenze astronomico-cultuali con riferimento alla posizione del sole e dell'altare o statua del tempietto. Sono anche indotto a ciò dalla chiara indicazione riguardante l'orientamento del tempietto, orientamento fissato da persona esperta mediante la traccia incisa sulla roccia sottostante, un tempo, forse già utilizzata per il culto (roccia cupellata). Trovo che il sole può illuminare direttamente la cella solo in un periodo limitato dell'anno, e precisamente, quando si trova allo zenit, cioè attraversa il meridiano locale, fra l'equinozio di autunno e quello di primavera (23 Settembre - 21 Marzo) con un massimo di illuminazione nel solstizio d'inverno (22 Dicembre), quando il sole è più basso sull'orizzonte; la cella invece non riceve luce diretta dal sole nel periodo compreso fra l'equinozio di primavera e quello di autunno. Ciò è infatti dovuto, come ben si sa dall'astronomia, alla inclinazione dell'asse terrestre rispetto al piano dell'eclittica, inclinazione che da origine alle stagioni. Ebbene, sapendo che l'angolo che forma l'asse terrestre con la perpendicolare al piano dell'eclittica è di 23° 28' e che la latitudine di Roldo è di 46° 11', si ricava facilmente che il sole allo zenit a Roldo forma con il piano orizzontale un angolo di 46° 11' negli equinozi, mentre nel solstizio di estate forma l'angolo pari a 90° - (46°11' - 23° 28') = 67° 17', e nel solstizio d'inverno l'angolo, minimo, di 90° - (46° 11' + 23° 28') = 20° 21'.
Ora nel solstizio invernale il sole allo zenit può attraversare l'intero tempietto, fenomeno che dura solo pochi giorni, giorni che, come sappiamo da molte fonti storiche, coincidono con le feste che in tutto il mondo e anche in quello gallico si facevano in onore del Sole.
Le feste, i sacrifici e le preghiere avevano lo scopo di rinvigorire l'astro, caduto nel punto più basso del suo corso, affinché, vincendo la sua lotta per la sopravvivenza (Sol invictus), che si traduceva in ultima analisi nella vita e sopravvivenza del mondo, riprendesse a salire rinnovando i suoi benefici effetti. Queste feste del resto, comuni a tutti i popoli, furono dalla religione cristiana sostituite con quella del Natale (Dies natalis Domini). Ma ancora parecchi secoli dopo la conversione al cristianesimo si hanno tracce di queste feste pagane che la nuova religione non aveva potuto completamente eliminare. I Papi e i Concili continuano ad ammonire i cristiani ed a classificare fra gli usi pagani le feste delle Calende di Gennaio (7). Il tempietto di Roldo dunque ci dice che la divinità in esso venerata era di tipo solare. Circa l'uso del tempietto, si può credere che sia servito per qualche secolo come luogo di culto pagano. Verso la fine del IV secolo, nel momento in cui anche nell'Ossola si abbandona la religione pagana per abbracciare il cristianesimo, fu convertito ad uso profano e non fu più utilizzato per lo scopo iniziale. Ma a causa delle sue piccole dimensioni non poté neppure servire come chiesa o cappella cristiana; e in tal modo è giunto fino a noi. Sebbene negletto, il tempietto di Roldo, uscito dalla clandestinità, si afferma come un documento importante. E' a quanto pare l'unico del genere non solo nel Novarese, ma anche in tutta l'area gallo-romana, dove certo esistono templi romani anche di notevoli dimensioni e in gran parte conservati, ma non esemplari di tempietti di questo genere e in simile stato di conservazione. Per quello che riguarda l'Ossola poi è senza alcun dubbio la costruzione antica meglio conservata e più significativa e per di più, non con i caratteri, vorrei dire stereotipi dell'architettura classica, bensì con quelli propri dell'architettura lepontica. A questo punto si impone il problema della sua conservazione, del restauro, e della sua valorizzazione. A tutt'oggi infatti, nonostante che la sua scoperta risalga al 4 Gennaio del 1976, nulla è stato fatto in questo senso e, forse, frattanto ha subito altri danni e incongrue manomissioni (8).

Tratto da:
Storia di Montecrestese di Tullio Bettamini - Edizione di Oscellana
(Domodossola 1991)
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