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Mercoledì 8 Settembre 2010
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COMUNE DI MONTECRESTESE (VB)

Rss
Valle d'Isorno



Oratorio di San Rocco (Sec. XVI)

L'oratorio di S. Rocco di Burella è un' altra testimonianza della devozione dei Montecrestesani al Santo protettore dalla peste. La sua origine quindi si deve far risalire ad un voto fatto dalla piccola comunità di Burella in occasione della pestilenza del 1513. Della sua esistenza accennano alcuni documenti ufficiali del secolo XVI ed in particolare gli Atti di Visita pastorale di mons. Remolo Archinto del 13 Maggio 1582. In quell'epoca l'Oratorio era in funzione da tempo, era dotato di sufficienti suppellettili e paramenti sacri e anche di una campanella posta come il solito sulla cima della facciata (1). Il fatto che non sia stato sospeso come altri di Montecrestese e vi si celebrasse la Messa fa supporre che avesse congrue dimensioni e una dotazione di rendite sufficienti. Tuttavia anche in questo Oratorio non si era sempre solleciti all'adempimento dei legati testamentari che spesso costituivano la più importante quota di dotazione. In una nota inserita negli Atti di Visita pastorale del 1596 i parroci se ne lamentano affermando che "i legati di due brente di vino all'anno in favore dell'Oratorio di Burella sono da anni trascurati", sebbene questo, probabilmente, sia avvenuto per la miseria degli anni passati.
Conseguentemente il vescovo mons. C. Bascapè, che in queste cose era giustamente esigente, diede ordine che tali legati fossero immediatamente adempiuti, compresi anche gli arretrati, ne gli parve congrua la suppellettile; per cui sospese ogni celebrazione fino a quando tutti gli ordini dati in proposito non fossero stati adempiuti (2).
La prima descrizione dell'Oratorio di S. Rocco di Burella ci viene dagli Atti di Visita pastorale del 12 Settembre 1616. Ha il presbiterio a occidente; è abbastanza ampio, ma non vi si celebra. Vi si accede scendendo quattro gradini. Il pavimento è in piode squadrate; il soffitto è in tavole di legno ben connesse e lavorate; le pareti sono rustiche. Ha tre finestre, due a mezzodì e l'altra a sinistra entrando sulla facciata che era posta a oriente, munite di inferriate. Ha una sola porta. C'è l'altare, ma mancano le suppellettili richieste per le celebrazioni liturgiche. Sopra la porta c'è un piccolo campanile con campanella 3. L'Oratorio quindi era orientato in senso opposto a quello attuale.
Anche i frazionisti di Burella, stimolati dal fervore religioso che stava crescendo a Montecrestese nei primi decenni del secolo XVII, ma, forse, più ancora in seguito alla famosa peste del 1629-1630, si decisero di dare all'Oratorio struttura più elegante e aderente ai canoni della fabbrica ecclesiastica. Nel 1635 il nuovo Oratorio era pressoché finito nella parte muraria e qualche anno dopo fu provvisto anche di nuove suppellettili liturgiche. Così dopo formale richiesta il Vicario generale con rescritto del 26 Settembre 1637 incarica il Vicario foraneo di Domodossola della visita canonica e, trovandolo in accordo con tutte le norme, concede che si riprenda la celebrazione della S. Messa (4).
Del nuovo Oratorio ci da qualche cenno il Visitatore pastorale del 16 Giugno 1641. E' orientato verso Est, costituito di una sola nave, pavimentata in piode e coperta da un soffitto in legno; le pareti sono ancora rustiche, ma si va edificando. Ha una porta a Ovest, affiancata da due finestre devozionali. Sulla parete di fronte, cioè nel presbiterio, vi è dipinta l'immagine della B.Vergine Maria. Il presbiterio è in volta, imbianchito ed illuminato da finestre, difese da inferriate e impannate di tela in luogo dei vetri. Vi si celebra raramente e le elemosine, raccolte di porta in porta dai fabbricieri, vengono spese per la ricostruzione. Manca una icona conveniente e si raccomanda di arrivare presto alla fine dei lavori, costruendo le volte in muratura, facendo la decorazione e fornendo migliori suppellettili; il che, nota il Visitatore, poteva essere fatto senza difficoltà giacché i frazionisti di Burella erano ricchi (cum incole sint dives) (5).
Il consiglio fu accettato e l'Oratorio raggiunse la forma attuale. Della avvenuta completa ristrutturazione e decorazione, ancona compresa, gli uomini di Burella vogliono che l'autorità ecclesiastica sia informata e il Provicario Generale, con rescritto del 1° Marzo 1649, incarica il curato don Alberti di visitare l'Oratorio, concedendo a suo nome, se fosse conforme alle norme, di potervi celebrare la S. Messa (6). Mons. Giulio Maria Odescalchi nella sua Visita pastorale del 3 Giugno 1658 trova l'Oratorio ampliato e ridotto alla perfezione (7). L'inventario del 21 Dicembre 1690 ci descrive anche il nuovo quadro posto sopra l'altare come ancona nel 1649: un quadro grande con l'effigie della B. Vergine con il Bambino, di S. Rocco e di S. Carlo, cinto di cornice grande di buona architettura, colorata in nero lustro, con profili e fiorami d'oro (8). Si tratta dunque del quadro attuale. E' interessante il fatto che al titolare S. Rocco a cui era dedicato il primo Oratorio sia stato aggiunto anche S. Carlo Borromeo, divenuto con la peste del 1630 un altro grande protettore dalle epidemie.
Nell'Oratorio rinnovato di Burella fu anche eretta nel secolo XVII una cappellania laicale sotto il titolo di S. Giovanni evangelista. Fu fondata dal sacerdote don Giovanni Agnesina di Burella il quale con testamento del 25 Aprile 1674 (rogato dal notatio Ambrosio de Ambrosis) ne costituiva la dote e ne fissava gli impegni, deputando il parroco di allora, don Giovanni Battista Casamagnago, quale suo esecutore testamentario a procurare dal Vescovo l'istituzione formale. Il che fu ottenuto con decreto del 18 Marzo 1687.
Questa cappellania merita una pagina di storia a parte che ci illumina sulle vicende degli uomini di Montecrestese in questo periodo.
Don Giovanni Agnesina di Burella era figlio di Giovanni Antonio Agnesina ed apparteneva ad una famiglia facoltosa. Il padre però si era messo in combutta con altri signori dell'Ossola ed in particolare con i Marini di Crodo cioè con il capitano Giovanni detto l'Alferone, Ludovico e Marco Antonio. Vi erano anche altri di Montecrestese a dargli manforte: Giovanni Antonio de Matteo e Pietro Trauletto che negli Atti di Visita pastorale del 21 Giugno 1627 sono dichiarati assenti dal paese perché, come lui, banditi dal governo spagnolo (banniti omnes et absentes). Le violenze ed i soprusi dei Marini e dei loro aderenti non si contavano in vai Antigorio e in tutta l'Ossola. Nelle gride contro di essi ed in particolare quella del 16 Ottobre 1634, vi è esplicitamente nominato anche Giovanni Antonio Agnesina che, per atti di violenza, omicidi e brigantaggio, fu bandito e condannato a morte e con decreto della Magistratura milanese il 5 Maggio 1622 i suoi beni furono confiscati dalla Regia Camera (9). Questi beni, posti all'asta pubblica, furono acquistati il 20 Novembre 1630 da Giovan Pietro Leonardi di Burella imparentato con la famiglia Agnesina.
Giovanni Agnesina era riuscito a sfuggire alla condanna capitale inflittagli e si era dato alla macchia, comparendo or qua or là. Era ormai un "bandito famoso", e si sa quanto questo possa piacere a certe donne che ne sognavano le gesta. Ed è da Caterina Cucchi di Giosio che nel 1630 ad Orta gli nasce il figlio Giovanni. Questa, non potendo tener dietro al suo uomo, ritorna a Burella, ricompera tutti i beni che erano stati confiscati al marito e venduti e si dedica completamente al figlio. Rifugiatesi a Sion in Svizzera, il bandito Giovanni Antonio Agnesina, regolarizzò il proprio matrimonio con Caterina Cucchi, riconoscendo anche il figlio Giovanni.
Egli aveva anche un fratello sacerdote, Giovanni, che stava a Novara il quale, con testamento del 27 Ottobre 1624, lo aveva fatto erede di tutti i suoi beni con la condizione che ottenesse la grazia dal principe, cioè la cancellazione della condanna inflittagli e la riammissione nella comunità di Montecrestese.
Ma Giovanni Antonio Agnesina morì senza poter soddisfare a questa condizione ed i beni del fratello passarono a suo figlio che divenne titolare di un discreto patrimonio. Questi, essendo morti ambedue i genitori, nel 1648 decise di abbracciare lo stato ecclesiastico e, dopo un periodo di prova, il 5 Febbraio 1650 prese l'abito clericale, divenendo sacerdote nel 1657.
Don Giovanni Agnesina visse a Burella partecipando intensamente ad ogni attività religiosa della parrocchia e fu utile affiancatore dei parroci che ne avevano la massima stima e considerazione. Si dedicò soprattutto all'insegnamento della dottrina cristiana ai fanciulli, guidandoli nell'apprendimento del catechismo, ma anche aiutandoli a imparare a leggere e scrivere, consapevole che la cultura era elemento essenziale per farne degli uomini e cristiani consapevoli. Nella guida della Compagnia della Dottrina Cristiana e come cappellano della Confraternita del SS. Sacramento lasciò una vera impronta di fede e di esempio di vita cristiana e sacerdotale.
Don Giovanni Agnesina, nell'intento di rendere continuativa la sua opera anche oltre la morte, volle l'istituzione della cappellania di S. Giovanni evangelista nell'Oratorio di Burella, assegnando in dote alla medesima tutti i suoi beni. Essa doveva però essere di giuspatronato della famiglia Agnesina e di quella di Giovanni Leonardi suo prossimo parente e dei successori in linea maschile. Qualora poi nella famiglia Leonardi vi fosse persona idonea, questa doveva essere preferita nella scelta del cappellano. In mancanza di discendenti Leonardi avrebbero supplito quelli della famiglia del capitano Antonio Garbellotto di Burella. Gli obblighi del cappellano erano di celebrare tré SS. Messe ogni settimana nell'Oratorio di S. Rocco di Burella in suffragio dell'anima del fondatore ed altre tre all'altare privilegiato della chiesa parrocchiale; di impartire l'insegnamento elementare nella casa del fondatore alla Burella, purché vi siano almeno 12 fanciulli paganti da erudire, eccetto uno della famiglia Leonardi ed un altro della famiglia Garbellotto per i quali l'insegnamento era gratuito (10).
Il servizio religioso nell'Oratorio di Burella divenne quindi più frequente e prese avvio la scuola elementare in questa frazione che in quell'epoca contava quasi 30 famiglie e dove non mancavano fanciulli bisognosi insieme di istruzione religiosa e civile.
La presenza di un sacerdote-maestro fu molto utile all'intera parrocchia di Montecrestese che se ne valse soprattutto per l'organizzazione della Compagnia della Dottrina Cristiana. Talvolta però i parroci si lamentavano che il cappellano di Burella, celebrando la S. Messa in quell'Oratorio nelle feste di precetto, favoriva l'assenteismo dalle funzioni parrocchiali. Perciò negli ordini seguiti alla Vi- sita pastorale del 1690 il Vescovo stabilì che nelle feste il cappellano di S. Rocco di Burella dovesse limitarsi a celebrare in aurora, cioè prima del sorgere del sole (11).
L'Oratorio era anche frequentato dai parroci che vi celebravano molte SS. Messe di legato (nel 1717 erano 35), parte fondate su un lascito di don Giovanni Agnesina e parte su altro di Giovanni Violo (12).
Nel 1750, essendo curatore Antonio Cesco Tognino, come recita la scritta sulla cimasa della cornice di un affresco rappresentante il crocefisso, fu fatta la sacrestia ed in quella occasione fu chiusa la finestra a Nord del presbiterio, sulla quale resta ancora incisa la data 1635, anno in cui il medesimo fu costruito. Il Tognino fu fabbriciere per ben 41 anni, dal 1720 al 1762, e verso la fine del suo mandato provvide al rifacimento del campanile che fu portato dalla cuspide centrale sullo spigolo della facciata, ponendovi anche un orologio per fornire il tempo al vicinato, con la spesa di 298 lire. La campana fu rifusa nel 1846.
Nel secolo XIX la crisi politica e religiosa che si abbattè sull'Italia dopo la Rivoluzione francese ebbe i suoi influssi anche a Monte- crestese. Con la legge del 1855 furono soppressi i benefici e gli enti ecclesiastici non direttamente interessati alla cura d'anime. I beni furono spartiti fa gli enti aventi diritto alla dote e la Cassa del Fondo Culto dello Stato. Morto l'ultimo dententore del beneficio di S. Giovanni evangelista di Burella, don Carlo Leonardi (11 Dicembre 1869), la soppressione divenne definitiva.
Il valore del beneficio fu calcolato in L. 3439,20 e di queste L. 37,76 di competenza della famiglia Leonardi detentrice del giuspatronato. Questa, versando allo Stato la somma di L.3401,44, svincolò il beneficio senza però ulteriormente adempiere gli obblighi per cui era stato istituito. Scomparve così una cappellania che per molti anni era stata di grande vantaggio alla comunità di Montecrestese ed alla frazione di Burella in particolare (13).
In seguito sorsero notevoli incomprensioni fra il parroco ed i fabbricieri dell'Oratorio ed i frazionisti di Burella. Nella Relazione parrocchiale del 1880 il parroco afferma che l'Oratorio è malridotto e poco utilizzato. E aggiunge: "Gli abitanti di quella villa non hanno alcun documento di giuspatronato, eppure non vogliono dare alcun conto al parroco e da per loro, perfino le donne, eleggono per acclamazione sul piazzale un amministratore che adesso è un certo Rossi Pietro Antonio fu Natale, al quale io ho chiamato ben tre volte le indicazioni dell'ordinario (Vescovo) e finalmente mi ha risposto che gli era proibitissimo dalla villa di dare alcuna relazione: l'Oratorio è suo e nessuno ci deve mettere il naso. Dietro siffatte risposte, a mio avviso, e ad avviso anche dei miei saggi colleghi, non vi sarebbe mezzo per togliere gli abusi e metter l'ordine, che quello di intimare immediatamente all'attuale summenzionato amministratore o di far ostensibili i documenti di juspatronato o di assoggettare il loro Oratorio alle regole degli altri Oratori, altrimenti interdire il loro Oratorio ipso facto. Questa sarebbe l'unica misura, anche per dare una buona lezione a quei prepotenti che vogliono comandare dove loro non appartiene. E' una villa veramente sovversiva... I maggiori sovvertitori però ora sono morti" (14).
In quello stesso anno, in occasione della Visita pastorale di mons. Stanislao Eula, il 12-13 Agosto 1880, fu in effetti intimato l'ordine "che l'amministratore deve ogni anno presentare al M.R. Rettore e Parroco quale presidente di tutte le fabbricerie i suoi conti per la sua visione e approvazione. Che il signor amministratore deve entro il più breve tempo possibile riparare alla fabbrica dell'Oratorio il quale minaccia rovina, ed in mancanza di questo si provvederà all'interdetto dell'Oratorio stesso" (15).
Il richiamo fermo del Vescovo ebbe per qualche tempo il suo effetto benefico e si venne ad una rapida quanto attesa pacificazione che riportò l'Oratorio alla sua specifica funzione di luogo sacro in servizio dei fedeli della frazione, sotto l'autorità e la cura del parroco. Nel 1899 fu ritinteggiato a spese di Giovanni Rossi il quale provvide anche, nel 1906, alla sostituzione dell'orologio. Una scritta lo ricorda.

Tratto da:
Storia di Montecrestese di Tullio Bettamini - Edizione di Oscellana
(Domodossola 1991)



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