Resti Megalitici di Castelluccio (3000 a.c.- 1800 a.c.)
In Ossola fino a poco tempo fa si citava come probabile costruzione megalitica il muro di Arvenolo in valle Antigorio, impressionante per l'imponenza dei massi disposti uno sull'altro, senza nessun scopo evidente.
Ricerche più recenti ed attente dimostrano invece che tutta l'Ossola è stata coinvolta nel processo di colonizzazione agricola riconducibile alla medesima attività megalitica. Risalgono cioè al secondo o terzo millenio avanti Cristo gran parte dei gradoni su cui in seguito si è sviluppata l'agricoltura ossolana. Oramai, essendosi la ricerca estesa in modo sistematico, si possono indicare molti luoghi in cui le strutture di tipo megalitico sono evidenti e costituiscono una autentica tipologia. Queste ricerche hanno dato i primi esemplari evidenti proprio a Montecrestese e solo in seguito sono state estese ad altri luoghi come Masera, Villadossola, Montescheno, Viganella, Mergozzo ecc., dove il fenomeno è ugualmente presente.
Montecrestese cioè, come era nelle nostre aspettative, risponde finalmente a molti interrogativi riguardanti la prima colonizzazione dell'Ossola e, pur lasciando alcuni problemi aperti, fornisce numerosi e importanti strutture tipiche della civiltà così detta "megalitica".
Per comprendere tutto ciò è necessario fare qualche considerazione sul significato dei megaliti che sono sparsi in tutta l'Europa e specialmente in alcune regioni del Mediterraneo, della costa atlantica delle isole britanniche. I menhirs o pietre lunghe infisse nel terreno, isolate o associate, di cui sono noti a tutti gli allineamenti in file parallele lunghe alcuni chilometri nella Brettagna a Carnac, i cromlec o recinti quasi sempre circolari costituiti di menhirs posti ad una distanza regolare uno dall'altro, i dolmen costituiti di alcune pietre fitte sormontate da altra in forma di copertura. Sono i monumenti più noti; ma esistono anche altri monumenti con strutture particolari e funzioni specifiche come i talayot delle isole Baleari, i nuraghi di Sardegna, i sesi di Pantelleria, i templi di Malta etc. Ogni cosa qui è espressa mediante la pietra. La pietra è dunque carica di significati che diventano parte della stessa cultura umana. Anche la nostra civiltà attuale ne risente. Ne sono espressione autentica e continuativa tanto le piramidi e gli obelischi egiziani quanto le colonne commemorative di Roma imperiale, le pietre di confine fra due proprietà e le lapidi sulle tombe dei cimiteri. La pietra assume una particolare sacralità che nessun altro mezzo potrà supplire. Tutto ciò proviene dalla civiltà megalitica e ci permette anche di risalire al significato primitivo.
Per fare questo non mi servirò di altro che dei testi biblici i quali riportano fatti e circostanze risalenti proprio a quell'epoca, cioè attorno al secondo millenio avanti Cristo.
Il patriarca Giacobbe mentre si allontanava dalla tenda del padre per sfuggire alle ire del fratello Esaù si fermò a dormire in un luogo e pose sotto il capo una pietra per cuscino. Ebbe un sogno in cui il Signore gli promise il ritorno in patria e la grandezza della sua discendenza. Svegliatesi alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità e chiamò quel luogo Betel ( = casa di Dio). Poi disse rivolgendosi a Dio: Questa pietra che io ho eretta come stele, sarà una casa di Dio; di quanto mi darai io ti offrirò la decima (Genesi 28). Che senso ha questo rito che pure doveva essere comune a tutti i popoli della Mesopotamia ? Una pietra viene consacrata mediante l'unzione dell'olio e diventa casa di Dio, sede della divinità, e testimonio del voto fatto da Giacobe. Un sasso qualunque diventa "stele" solo se viene in qualche modo consacrato, acquistando per così dire un'anima e un significato specifico. Il rito si ripropone. Allorché Giacobbe si allontana dal suocero Labano con tutta la sua famiglia ed i greggi nasce fra di essi un contrasto che si risolve così. Vieni, dice Labano, concludiamo un'alleanza io e tu e ci sia un testimonio tra me e tè. Giacobbe prese una pietra e la eresse come stele. Poi disse ai suoi parenti "raccogliete pietre", e quelli presero pietre e ne fecero un mucchio, e su quel mucchio mangiarono. Labano lo chiamò legar-Saaduta (= mucchio della testimonianza, in aramaico), mentre Giacobbe lo chiamò Gal-Ed (= mucchio della testimonianza, in ebraico). Labano disse "questo mucchio sia oggi un testimonio fra me e tè"; per questo la chiamò Gal-Ed e anche Mizpa (= vedetta}, perché disse "II Signore starà di vedetta fra me e tè".
"Ecco questo mucchio ed ecco questa stele, che io ho eretta tra me e tè. Questo mucchio è testimonio e questa stele è testimonio che io giuro di non oltrepassare questo mucchio dalla tua parte e che tu giuri di non oltrepassare questo mucchio e questa stele dalla mia parte per fare il male" (Genesi 31). Un'altra volta Giacobbe, essendo tornato a Betel dove il Signore gli parlò, in ricordo eresse una stele dove Dio gli aveva parlato, una stele di pietra, e su di essa fece una libazione e versò olio (Genesi 35). Anche Giosuè quando, radunato il popolo in Sichem, gli fece solennemente promettere di essere fedele a Dio, prese una grande pietra e la rizzò là, sotto il terebinto, che è nel santuario del Signore.
Giosuè disse a tutto il popolo "Ecco questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito le parole che il Signore ci ha dette; essa quindi servirà da testimonio contro di Voi, perché non rinneghiate il vostro Dio" (Giosuè 24).
La più semplice interpretazione dei menhirs è dunque quella di pietre della testimonianza, testimonianza che dura nel tempo giacché per sua natura non subisce deperimento sensibile col passare di esso. Davanti ad essi quindi noi, a millenni di distanza, possiamo solo supporre che questa fosse la loro funzione. Anche quando fungono da termine fra due proprietà hanno la stessa sacralità e devono essere rispettati. Per i Romani esisteva anche il Dio Termine. La riunione di più menhirs comporta probabilmente qualche connessione fra di essi che meritò di essere mantenuta e sacralizzata. La stele con il tempo prende anche forma umana quando diventa il segno di un defunto o di un personaggio particolare. Essa sarà in seguito una più precisa sorgente di informazioni mediante la scrittura. Ogni monumento ha questa funzione: fissare nella memoria un fatto, una persona, un giuramento, il limite di una proprietà ecc. Quando i menhirs si trasformeranno in obelischi o colonne istoriate, il motivo della loro erezione sarà più facile da interpretare.
Ma torniamo a Montecrestese. Nel periodo della colonizzazione agricola del territorio fu necessario assegnare le proprietà. Si suppone che questo sia avvenuto in generale proprio mediante la delimitazione consensuale cioè costruendo attorno ad esse quei muretti di sassi informi che si trovano dovunque sulla costa del monte. La sacralità di questi muri costruiti insieme dai confinanti afferma e testimonia ad ambedue il diritto di proprietà sul proprio terreno. Il muro divisorio serviva da testimone, ed era sacro.
Ma quando l'intervento sul terreno esigeva la costruzione di serie poderose di muri per ottenere le zone coltivabili, era necessario il lavoro organizzato di molte persone e di parecchi gruppi familiari e, forse, il diritto di proprietà era assegnato in modo diverso, con un contratto e con un testimone più significativo: con un sacrificio e un giuramento, come avvenne fra Labano e Giacobbe. Questo rito ci è ignoto nei suoi specifici contorni, ma indubbiamente deve essere intimamente collegato con l'assegnazione o l'affermazione della proprietà del suolo trasformato e reso produttivo.
A Montecrestese abbiamo riscontrato che nella costruzione dei muri di sostegno delle strisce di terreno riservati all'agricoltura vennero intenzionalmente ricavate delle cavità comunicanti con l'esterno mediante una piccola apertura. Alcune di esse hanno forma rotondeggiante ottenuta mediante una falsa volta, chiusa superiormente da una pioda abbastanza ampia. Altre sono a pianta pressoché rettangolare con apertura presso l'estremità del lato più lungo, con falsa volta. Le dimensioni sono variabili. Alcune sono abbastanza estese ed alte, ma non sufficientemente per potervi stare comodamente in piedi, altre sono più basse e ridotte e appena appena praticabili. Tutte sono inserite nei gradini più elevati del complesso bonificato e ridotto a coltura ed esposte verso il Sud. Sono tutte costruite con muri a secco, talvolta appoggiate alla roccia. Nella muraglia contigua ad esse appaiono delle canalizzazioni artificiali, inserite nella stessa struttura dei muri, fatte con l'evidente scopo di allontanare le acque filtranti dai terreni e soprattutto defluenti dalle rocce a monte per impedire il formarsi di sacche d'acqua e quindi gli smottamenti. Attualmente queste cavità artificiali sono vuote e inutilizzate o parzialmente riempite di pietre che i contadini hanno raccolte sul terreno antistante, altre hanno subito il crollo di qualche elemento portante della volta a causa soprattutto delle radici delle piante soprastanti. Sebbene si possa distinguerle in vari tipi, hanno molti elementi in comune per essere associate ad una medesima cultura ed epoca.
Anzitutto esse sono costruite tutte allo stesso modo, con materiali raccolti sul posto, non lavorati e senza l'uso di malta.
Non possono essere utilizzate per abitazione umana e neppure per un rifugio momentaneo, non avendo le dimensioni sufficienti. L'ambiente infatti sarebbe gravemente insalubre tanto per gli uomini che per gli animali che volessero alloggiarvi.
Non possono essere utilizzate per la conservazione di derrate alimentari, grano, vino, prodotti del suolo perché questi sarebbero immediatamente guasti dall'umidità filtrante dai muri a secco e dalle rocce e infestate dagli insetti.
Non possono essere utilizzati per riporvi strumenti di lavoro, non avendo per lo più le dimensioni sufficienti e neppure offrendo garanzia di conservazione.
Le dimensioni e le forme sono tali da permettere comodamente solo la posizione sdraiata di un corpo umano. Questo ci è suggerito soprattutto da quelle grotte che hanno dimensioni minori.
La conclusione non può essere che una. In queste grotticelle artificiali, a falsa volta o a tholos, altro non si potrebbe mettere che un corpo umano (o parecchi in quelle più grandi), cioè un cadavere o accogliere in urne i resti della incinerazione. Dunque si dovrebbe trattare di tombe in seguito svuotate e lasciate aperte e in abbandono. Poiché queste grotticelle sono state costruite assieme al muro e nella zona più alta del sistema di gradoni, talvolta anzi con scale di accesso in pietra e un breve spazio davanti, non utilizzabile per scopi agricoli, si può presumere che siano state usate da quelle generazioni che hanno dissodato il terreno cioè dai primi proprietari i quali le hanno volute per uno scopo preciso.
Due quindi sono, a mio avviso, le ipotesi. La prima che vi sia stato sepolto il capofamiglia, primo proprietario, e così sia stata anche assegnata e riconosciuta la proprietà ai discendenti diretti. La seconda, meno probabile ma ugualmente suggestiva, che un sacrificio umano abbia chiuso il rito della costruzione di queste serie di gradoni affinchè ad essi venisse quella fecondità che era continuamente invocata nelle liturgie delle religioni contadine, e che era praticata anche in altri luoghi allo stesso modo.
La grotta avrebbe accolto il corpo del sacrificato.
Delle due ipotesi penso tuttavia possa essere più accettabile la prima per il fatto che in due casi, molto importanti, a queste grotte si accompagnano alcuni menhirs, piantati nel gradino soprastante o in quello antistante la grotticella.
Se i menhirs hanno la funzione di solenne e pubblica testimonianza pare che questa possa riferirsi al diritto di proprietà che passa dal primo occupante ai discendenti diretti della famiglia. Potrebbero essere quindi essi proprio il segno sacro garante di tradizioni, di contratti fra gruppi familiari, di accordi fra comproprietan, periodicamente rinnovati e riconfermati con qualche rito che non conosciamo e che coinvolgeva anche la tomba del capofamiglia. Mancando del tutto la scrittura, i notai e, naturalmente gli archivi, solo la tradizione orale e la testimonianza di una pietra sacra e praticamente "incorruttibile" dava forma al diritto. Nulla vieta inoltre di pensare che al culto dei menhirs sia stato associato direttamente o indirettamente quello degli antenati che in essi venivano riconosciuti.
La frequenza di queste grotticelle, dove oltretutto potevano essere accolte le urne cinerarie di più generazioni, mi ha spinto a fare questa ipotesi. Il loro numero infatti, nonostante che molte di esse siano scomparse, sta diventando sempre più grande e fa presumere che 4000 anni fa costituissero un incontro normale sul territorio di Montecrestese allora finalmente strappato alle macerie lasciate dal ghiacciaio ossolano.
Il primo incontro con queste costruzioni, dopo molti anni di ricerca, avvenne la domenica del 20 Marzo 1988 in località Castelluccio dove una vasta zona posta a ventaglio contro i mammelloni rocciosi mostra di essere stata completamente ristrutturata mediante gradonature ampie e ben coordinate. Se fu inizialmente la presenza della grotta costruita nel muro di sostegno del gradone posto più in alto ad attirare la curiosità, fu la scoperta che sopra di esso si allineavano alcuni menhirs a dare forza all'ipotesi, già da molti anni enunciata, che si trattasse di forme di attività umana di impronta chiaramente megalitica (1). Questo primo ritrovamento che indicheremo con "Castelluccio I" ci offre una costruzione a grotta di pianta allungata, pressoché rettangolare, parallela al muro, entro cui si sviluppa, lunga circa m.7,5 e larga m. 1,2 nella parte estremale orientale e qualche centimetro in meno in quella opposta. L'altezza è solo di m. 1,20. La porta di accesso ha forma trapezoidale e si trova non al centro, ma spostata verso occidente rispetto all'asse mediano. La copertura, avviata mediante lo sporto dei corsi superiori dei muri perimetrali è ottenuta con larghe e spesse piode poste di piatto, sostenute nella parte orientale anche da altre più strette e poste di taglio. Una canalizzazione verso la metà della grotta permette la eliminazione delle acque filtranti dalle rocce e dai muri a secco per scaricarla nel gradone inferiore.
In quello superiore restano infissi nel suolo sei scheggioni di pietra, cinque ancora in pianta ed uno spezzato alla base, resti di un gruppo di menhirs che doveva estendersi per formare un semicerchio o semplicemente un allineamento anche sopra la grotta dove, purtroppo, una grossa pianta di castagno è allignata al punto da produrre con le sue robuste radici un parziale sfondamento della grotta proprio in corrispondenza dell'entrata, in seguito riparato. Questi menhirs mostrano nella parte estremale superiore un piccolo intervento, lo sguancio per formare una spalla che potrebbe essere contemporaneo al loro piantamento. A parte questo gli scheggioni di pietra, alti circa 1 m., sono del tutto informi e non sembrano utilizzabili per scopi particolari, inadatti anche a fungere di sostegno per palificazioni di vigna.
Dopo questo primo ritrovamento le ricerche furono estese su tutto il territorio coltivato di Montecrestese e in altre zone dell'Ossola, mercé la collaborazione di persone del luogo, con risultati molto interessanti. Importantissimo fu il ritrovamento segnalato in località Croppola che chiameremo "Croppola I", consistente in una grotticella inserita nell'ultimo gradone di un sistema di muri associata a un gruppo, parrebbe un doppio allineamento, di menhirs sul piano antistante. La grotticella è rotondeggiante con copertura a falsa volta e porta quadrata. Anche questa grotta ha piccole dimensioni, come si ricava dalla figura. La doppia serie di menhirs che si allinea in vicinanza, non è probabilmente completa, giacché alcuni risultano chiaramente caduti ed altri asportati.
A fianco di questa doppia serie, a monte, si nota un masso che ha la forma di un grossolano parallelepipedo, disposto in modo da suggerirci un altare.
Questi due ritrovamenti hanno strette analogie nell'ambiente e nell'associazione grotta-menhirs. Sebbene le grotte abbiano forma diversa, identica è la tecnica costruttiva. Seguirono altre segnalazioni. Sempre in località Croppola, inserita in un gradone artificiali vi è una grotticella di pianta rettangolare ed entrata all'estremità del lato più lungo, tipo "Castelluccio I", che chiamiamo "Croppola 2". In località Castelluccio sullo sperone a Nord-Ovest di fronte a "Castelluccio I" vi è una singolare grotta al cui piano di accesso portano due scale in pietra che scendono dall'estremo gradone superiore. E' parzialmente occupata dalla roccia affiorante ed è del tipo "Croppola I". La porta è segnata superiormente da una breve gronda sporgente in pietra. Qui l'ambiente è estremamente suggestivo e appare chiara l'improponibilità dell'ipotesi che la grotta potesse essere utilizzata per scopi agricoli o similari. Poco distante, sull'estremo gradone di una serie, un'altra grotta a pianta allungata con piccola entrata sul lato minore ("Castelluccio 3").
In analogo contesto ambientale sono le due grotticelle in località Croppo: "Croppo I" e "Groppo 2". Sono esse del tipo di "Croppola I", ma più piccole.
Anche le ripide e quasi strapiombanti pendici della montagna che sovrasta la frazione Chezzo è stata ridotta a gradoni di non facile accesso, ma un tempo erano attrezzati con scale di pietra. Vi si trovano alcune grotticelle dalle caratteristiche simili a quelle di "Castelluccio I" e "Croppola I", ma molto più piccole per cui si entra m esse con qualche difficoltà. "Chezzo I" è inserita in un muro di circa m. 3 di altezza appoggiato a uno sperone di roccia con breve ripiano antistante, porta rettangolare che misura solo cm.80x70, mentre il vano interno o camera in parte è in muratura e in parte si appoggia alla roccia. Poco sopra "Chezzo 2" e "Chezzo 3", inserite m due successivi gradoni, ripetono le stesse dimensioni e'forma. Risalendo le rocce soprastanti si incontra nuovamente un ventaglio di gradoni di difficile accesso, in uno dei quali è stata ricavata col solito sistema una grotta di forma rotondeggiante, tipo "Croppola I", che chiameremo "Chezzo 4".
Nel contesto delle fasce e gradoni che salgono da Naviledo fino ad Alloggio è stata trovata una grotta a falsa volta di pianta ellittica del tipo di "Croppola I", addossata ad un grosso masso, e avvolta dalle radici di alcune piante che la stanno demolendo.
Queste strutture si ritrovano, come si è detto, anche in altre zone dell'Ossola e sempre in un contesto ambientale analogo Ci fa desumere che siano state tutte realizzate nel tempo in cui la regione è stata colonizzata dai primi agricoltori. Per inciso ricordiamo che le grotte a falsa volta, compaiono per la prima volta a Ur in Mesopotamia nelle tombe reali del 3° millennio a. C. e in quelle di Micene del 1450 a.C. circa.
Oltre a queste grotticelle e menhirs si possono riscontrare anche altre forme di intervento sul territorio risalenti alla medesima epoca. Accenno alla recinzione di tratti di prato e pascolo mediante muretti grossolani, alla inserzione di una fitta rete di tratturi per far giungere il bestiame nei luoghi opportuni, alle canalizzazioni delle acque che venivano allontanate dai sistemi di gradoni per impedirne il crollo, ma anche derivate, mediante rogge opportunamente tagliate nella roccia, dai ruscelli e torrenti verso le coltivazioni bisognose di essere irrigate. E se queste opere hanno avuto importanza sociale e furono oggetto di patti fra privati o anche pubblici, alcuni menhirs potrebbero essere stati posti a testimonianza. Come quelli per esempio che si trovano, in numero di quattro, sulla sponda destra del rio dei Cani a non molta distanza da "Castelluccio I" e "Croppola I".
Se, come è lecito pensare, l'agricoltura si è sviluppata parallelamente alla pastorizia è ancora questo il tempo in cui furono bonificate le zone pascolative dell'alta montagna, dove l'intervento dell'uomo era più facile, essendo prive della vegetazione di alto fusto ed aperte. Questo comportò necessariamente il tracciamento dei sentieri, la costruzione di baite per i pastori e ricoveri per il bestiame. La pietra e il legname erano fortunatamente disponibili e abbondanti. Gli alpeggi di Agarina, di Coipo, di Matogno e di Forgnone furono certamente frequentati e adattati al pascolo estivo come estensione di quello vicinale dei mesi primaverili, invernali e autunnali. Probabilmente già nel primo millenio a.C. tutto questo sforzo era già stato compiuto. Perfino l'apertura del passaggio nella roccia per salire dall'alpe Agarina a quelle del corso superiore dell'Isorno, mediante la scalinata intagliata nella montagna, pare sia stata praticata in quell'epoca. Ad Agarina ho trovato una roccia su un piccolo dosso in vicinanza delle baite dove alcune coppelle incise e collegate da canaletti stanno a testimoniare che si tratta di una pietra sacra, cioè di un altare; su di essa scorreva il sangue sacrificale o il latte delle libagioni alle divinità del luogo, allo scopo di impetrare la fecondità della terra e degli armenti.
E' forse l'unico segno evidente della religione preistorica, ed è stato ritrovato anche in altre zone dell'Ossola e specialmente in vai Vigezzo, dove l'attività pastorale è stata sempre intensa (2).
Al piano e sulle pendici inferiori della montagna si tagliavano i prati, si coltivavano il miglio e il panico, i legumi, le piante da frutto, ma soprattutto la vite. I ripiani quasi inaccessibili in cui sono state trovate le grotticelle erano adattissimi e, probabilmente, specifici per questa coltivazione. La vite era già nota e coltivata da almeno 4000 anni prima di Cristo nel Medio Oriente ed attestata prima del 3000 a.C. in Egitto. Gudea (2100 a. C. circa), re mesopotamico, fa coltivare la vite su terrazzamenti artificiali irrigabili; altri re in seguito vantano piantagioni di molte migliala di viti. Si era quindi già riusciti a trovare una varietà della vite selvatica, diffusa anche in Europa, capace di dare un prodotto di qualità. Dell'uva e del vino parlano tanto la Bibbia, con il patriarca Noè, quanto la mitologia classica che assegna al Dioniso greco ed al Bacco romano la scoperta e la diffusione della vite e del vino che "allieta dei ed uomini" (Gdc.9,13).
Anche a Montecrestese le ripe bene esposte al sole, riparate dai venti, riscaldate dai riverberi delle rocce vicine potevano costituire il luogo ideale per la coltivazione della vite.
Ricerche più recenti ed attente dimostrano invece che tutta l'Ossola è stata coinvolta nel processo di colonizzazione agricola riconducibile alla medesima attività megalitica. Risalgono cioè al secondo o terzo millenio avanti Cristo gran parte dei gradoni su cui in seguito si è sviluppata l'agricoltura ossolana. Oramai, essendosi la ricerca estesa in modo sistematico, si possono indicare molti luoghi in cui le strutture di tipo megalitico sono evidenti e costituiscono una autentica tipologia. Queste ricerche hanno dato i primi esemplari evidenti proprio a Montecrestese e solo in seguito sono state estese ad altri luoghi come Masera, Villadossola, Montescheno, Viganella, Mergozzo ecc., dove il fenomeno è ugualmente presente.
Montecrestese cioè, come era nelle nostre aspettative, risponde finalmente a molti interrogativi riguardanti la prima colonizzazione dell'Ossola e, pur lasciando alcuni problemi aperti, fornisce numerosi e importanti strutture tipiche della civiltà così detta "megalitica".
Per comprendere tutto ciò è necessario fare qualche considerazione sul significato dei megaliti che sono sparsi in tutta l'Europa e specialmente in alcune regioni del Mediterraneo, della costa atlantica delle isole britanniche. I menhirs o pietre lunghe infisse nel terreno, isolate o associate, di cui sono noti a tutti gli allineamenti in file parallele lunghe alcuni chilometri nella Brettagna a Carnac, i cromlec o recinti quasi sempre circolari costituiti di menhirs posti ad una distanza regolare uno dall'altro, i dolmen costituiti di alcune pietre fitte sormontate da altra in forma di copertura. Sono i monumenti più noti; ma esistono anche altri monumenti con strutture particolari e funzioni specifiche come i talayot delle isole Baleari, i nuraghi di Sardegna, i sesi di Pantelleria, i templi di Malta etc. Ogni cosa qui è espressa mediante la pietra. La pietra è dunque carica di significati che diventano parte della stessa cultura umana. Anche la nostra civiltà attuale ne risente. Ne sono espressione autentica e continuativa tanto le piramidi e gli obelischi egiziani quanto le colonne commemorative di Roma imperiale, le pietre di confine fra due proprietà e le lapidi sulle tombe dei cimiteri. La pietra assume una particolare sacralità che nessun altro mezzo potrà supplire. Tutto ciò proviene dalla civiltà megalitica e ci permette anche di risalire al significato primitivo.
Per fare questo non mi servirò di altro che dei testi biblici i quali riportano fatti e circostanze risalenti proprio a quell'epoca, cioè attorno al secondo millenio avanti Cristo.
Il patriarca Giacobbe mentre si allontanava dalla tenda del padre per sfuggire alle ire del fratello Esaù si fermò a dormire in un luogo e pose sotto il capo una pietra per cuscino. Ebbe un sogno in cui il Signore gli promise il ritorno in patria e la grandezza della sua discendenza. Svegliatesi alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità e chiamò quel luogo Betel ( = casa di Dio). Poi disse rivolgendosi a Dio: Questa pietra che io ho eretta come stele, sarà una casa di Dio; di quanto mi darai io ti offrirò la decima (Genesi 28). Che senso ha questo rito che pure doveva essere comune a tutti i popoli della Mesopotamia ? Una pietra viene consacrata mediante l'unzione dell'olio e diventa casa di Dio, sede della divinità, e testimonio del voto fatto da Giacobe. Un sasso qualunque diventa "stele" solo se viene in qualche modo consacrato, acquistando per così dire un'anima e un significato specifico. Il rito si ripropone. Allorché Giacobbe si allontana dal suocero Labano con tutta la sua famiglia ed i greggi nasce fra di essi un contrasto che si risolve così. Vieni, dice Labano, concludiamo un'alleanza io e tu e ci sia un testimonio tra me e tè. Giacobbe prese una pietra e la eresse come stele. Poi disse ai suoi parenti "raccogliete pietre", e quelli presero pietre e ne fecero un mucchio, e su quel mucchio mangiarono. Labano lo chiamò legar-Saaduta (= mucchio della testimonianza, in aramaico), mentre Giacobbe lo chiamò Gal-Ed (= mucchio della testimonianza, in ebraico). Labano disse "questo mucchio sia oggi un testimonio fra me e tè"; per questo la chiamò Gal-Ed e anche Mizpa (= vedetta}, perché disse "II Signore starà di vedetta fra me e tè".
"Ecco questo mucchio ed ecco questa stele, che io ho eretta tra me e tè. Questo mucchio è testimonio e questa stele è testimonio che io giuro di non oltrepassare questo mucchio dalla tua parte e che tu giuri di non oltrepassare questo mucchio e questa stele dalla mia parte per fare il male" (Genesi 31). Un'altra volta Giacobbe, essendo tornato a Betel dove il Signore gli parlò, in ricordo eresse una stele dove Dio gli aveva parlato, una stele di pietra, e su di essa fece una libazione e versò olio (Genesi 35). Anche Giosuè quando, radunato il popolo in Sichem, gli fece solennemente promettere di essere fedele a Dio, prese una grande pietra e la rizzò là, sotto il terebinto, che è nel santuario del Signore.
Giosuè disse a tutto il popolo "Ecco questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito le parole che il Signore ci ha dette; essa quindi servirà da testimonio contro di Voi, perché non rinneghiate il vostro Dio" (Giosuè 24).
La più semplice interpretazione dei menhirs è dunque quella di pietre della testimonianza, testimonianza che dura nel tempo giacché per sua natura non subisce deperimento sensibile col passare di esso. Davanti ad essi quindi noi, a millenni di distanza, possiamo solo supporre che questa fosse la loro funzione. Anche quando fungono da termine fra due proprietà hanno la stessa sacralità e devono essere rispettati. Per i Romani esisteva anche il Dio Termine. La riunione di più menhirs comporta probabilmente qualche connessione fra di essi che meritò di essere mantenuta e sacralizzata. La stele con il tempo prende anche forma umana quando diventa il segno di un defunto o di un personaggio particolare. Essa sarà in seguito una più precisa sorgente di informazioni mediante la scrittura. Ogni monumento ha questa funzione: fissare nella memoria un fatto, una persona, un giuramento, il limite di una proprietà ecc. Quando i menhirs si trasformeranno in obelischi o colonne istoriate, il motivo della loro erezione sarà più facile da interpretare.
Ma torniamo a Montecrestese. Nel periodo della colonizzazione agricola del territorio fu necessario assegnare le proprietà. Si suppone che questo sia avvenuto in generale proprio mediante la delimitazione consensuale cioè costruendo attorno ad esse quei muretti di sassi informi che si trovano dovunque sulla costa del monte. La sacralità di questi muri costruiti insieme dai confinanti afferma e testimonia ad ambedue il diritto di proprietà sul proprio terreno. Il muro divisorio serviva da testimone, ed era sacro.
Ma quando l'intervento sul terreno esigeva la costruzione di serie poderose di muri per ottenere le zone coltivabili, era necessario il lavoro organizzato di molte persone e di parecchi gruppi familiari e, forse, il diritto di proprietà era assegnato in modo diverso, con un contratto e con un testimone più significativo: con un sacrificio e un giuramento, come avvenne fra Labano e Giacobbe. Questo rito ci è ignoto nei suoi specifici contorni, ma indubbiamente deve essere intimamente collegato con l'assegnazione o l'affermazione della proprietà del suolo trasformato e reso produttivo.
A Montecrestese abbiamo riscontrato che nella costruzione dei muri di sostegno delle strisce di terreno riservati all'agricoltura vennero intenzionalmente ricavate delle cavità comunicanti con l'esterno mediante una piccola apertura. Alcune di esse hanno forma rotondeggiante ottenuta mediante una falsa volta, chiusa superiormente da una pioda abbastanza ampia. Altre sono a pianta pressoché rettangolare con apertura presso l'estremità del lato più lungo, con falsa volta. Le dimensioni sono variabili. Alcune sono abbastanza estese ed alte, ma non sufficientemente per potervi stare comodamente in piedi, altre sono più basse e ridotte e appena appena praticabili. Tutte sono inserite nei gradini più elevati del complesso bonificato e ridotto a coltura ed esposte verso il Sud. Sono tutte costruite con muri a secco, talvolta appoggiate alla roccia. Nella muraglia contigua ad esse appaiono delle canalizzazioni artificiali, inserite nella stessa struttura dei muri, fatte con l'evidente scopo di allontanare le acque filtranti dai terreni e soprattutto defluenti dalle rocce a monte per impedire il formarsi di sacche d'acqua e quindi gli smottamenti. Attualmente queste cavità artificiali sono vuote e inutilizzate o parzialmente riempite di pietre che i contadini hanno raccolte sul terreno antistante, altre hanno subito il crollo di qualche elemento portante della volta a causa soprattutto delle radici delle piante soprastanti. Sebbene si possa distinguerle in vari tipi, hanno molti elementi in comune per essere associate ad una medesima cultura ed epoca.
Anzitutto esse sono costruite tutte allo stesso modo, con materiali raccolti sul posto, non lavorati e senza l'uso di malta.
Non possono essere utilizzate per abitazione umana e neppure per un rifugio momentaneo, non avendo le dimensioni sufficienti. L'ambiente infatti sarebbe gravemente insalubre tanto per gli uomini che per gli animali che volessero alloggiarvi.
Non possono essere utilizzate per la conservazione di derrate alimentari, grano, vino, prodotti del suolo perché questi sarebbero immediatamente guasti dall'umidità filtrante dai muri a secco e dalle rocce e infestate dagli insetti.
Non possono essere utilizzati per riporvi strumenti di lavoro, non avendo per lo più le dimensioni sufficienti e neppure offrendo garanzia di conservazione.
Le dimensioni e le forme sono tali da permettere comodamente solo la posizione sdraiata di un corpo umano. Questo ci è suggerito soprattutto da quelle grotte che hanno dimensioni minori.
La conclusione non può essere che una. In queste grotticelle artificiali, a falsa volta o a tholos, altro non si potrebbe mettere che un corpo umano (o parecchi in quelle più grandi), cioè un cadavere o accogliere in urne i resti della incinerazione. Dunque si dovrebbe trattare di tombe in seguito svuotate e lasciate aperte e in abbandono. Poiché queste grotticelle sono state costruite assieme al muro e nella zona più alta del sistema di gradoni, talvolta anzi con scale di accesso in pietra e un breve spazio davanti, non utilizzabile per scopi agricoli, si può presumere che siano state usate da quelle generazioni che hanno dissodato il terreno cioè dai primi proprietari i quali le hanno volute per uno scopo preciso.
Due quindi sono, a mio avviso, le ipotesi. La prima che vi sia stato sepolto il capofamiglia, primo proprietario, e così sia stata anche assegnata e riconosciuta la proprietà ai discendenti diretti. La seconda, meno probabile ma ugualmente suggestiva, che un sacrificio umano abbia chiuso il rito della costruzione di queste serie di gradoni affinchè ad essi venisse quella fecondità che era continuamente invocata nelle liturgie delle religioni contadine, e che era praticata anche in altri luoghi allo stesso modo.
La grotta avrebbe accolto il corpo del sacrificato.
Delle due ipotesi penso tuttavia possa essere più accettabile la prima per il fatto che in due casi, molto importanti, a queste grotte si accompagnano alcuni menhirs, piantati nel gradino soprastante o in quello antistante la grotticella.
Se i menhirs hanno la funzione di solenne e pubblica testimonianza pare che questa possa riferirsi al diritto di proprietà che passa dal primo occupante ai discendenti diretti della famiglia. Potrebbero essere quindi essi proprio il segno sacro garante di tradizioni, di contratti fra gruppi familiari, di accordi fra comproprietan, periodicamente rinnovati e riconfermati con qualche rito che non conosciamo e che coinvolgeva anche la tomba del capofamiglia. Mancando del tutto la scrittura, i notai e, naturalmente gli archivi, solo la tradizione orale e la testimonianza di una pietra sacra e praticamente "incorruttibile" dava forma al diritto. Nulla vieta inoltre di pensare che al culto dei menhirs sia stato associato direttamente o indirettamente quello degli antenati che in essi venivano riconosciuti.
La frequenza di queste grotticelle, dove oltretutto potevano essere accolte le urne cinerarie di più generazioni, mi ha spinto a fare questa ipotesi. Il loro numero infatti, nonostante che molte di esse siano scomparse, sta diventando sempre più grande e fa presumere che 4000 anni fa costituissero un incontro normale sul territorio di Montecrestese allora finalmente strappato alle macerie lasciate dal ghiacciaio ossolano.
Il primo incontro con queste costruzioni, dopo molti anni di ricerca, avvenne la domenica del 20 Marzo 1988 in località Castelluccio dove una vasta zona posta a ventaglio contro i mammelloni rocciosi mostra di essere stata completamente ristrutturata mediante gradonature ampie e ben coordinate. Se fu inizialmente la presenza della grotta costruita nel muro di sostegno del gradone posto più in alto ad attirare la curiosità, fu la scoperta che sopra di esso si allineavano alcuni menhirs a dare forza all'ipotesi, già da molti anni enunciata, che si trattasse di forme di attività umana di impronta chiaramente megalitica (1). Questo primo ritrovamento che indicheremo con "Castelluccio I" ci offre una costruzione a grotta di pianta allungata, pressoché rettangolare, parallela al muro, entro cui si sviluppa, lunga circa m.7,5 e larga m. 1,2 nella parte estremale orientale e qualche centimetro in meno in quella opposta. L'altezza è solo di m. 1,20. La porta di accesso ha forma trapezoidale e si trova non al centro, ma spostata verso occidente rispetto all'asse mediano. La copertura, avviata mediante lo sporto dei corsi superiori dei muri perimetrali è ottenuta con larghe e spesse piode poste di piatto, sostenute nella parte orientale anche da altre più strette e poste di taglio. Una canalizzazione verso la metà della grotta permette la eliminazione delle acque filtranti dalle rocce e dai muri a secco per scaricarla nel gradone inferiore.
In quello superiore restano infissi nel suolo sei scheggioni di pietra, cinque ancora in pianta ed uno spezzato alla base, resti di un gruppo di menhirs che doveva estendersi per formare un semicerchio o semplicemente un allineamento anche sopra la grotta dove, purtroppo, una grossa pianta di castagno è allignata al punto da produrre con le sue robuste radici un parziale sfondamento della grotta proprio in corrispondenza dell'entrata, in seguito riparato. Questi menhirs mostrano nella parte estremale superiore un piccolo intervento, lo sguancio per formare una spalla che potrebbe essere contemporaneo al loro piantamento. A parte questo gli scheggioni di pietra, alti circa 1 m., sono del tutto informi e non sembrano utilizzabili per scopi particolari, inadatti anche a fungere di sostegno per palificazioni di vigna.
Dopo questo primo ritrovamento le ricerche furono estese su tutto il territorio coltivato di Montecrestese e in altre zone dell'Ossola, mercé la collaborazione di persone del luogo, con risultati molto interessanti. Importantissimo fu il ritrovamento segnalato in località Croppola che chiameremo "Croppola I", consistente in una grotticella inserita nell'ultimo gradone di un sistema di muri associata a un gruppo, parrebbe un doppio allineamento, di menhirs sul piano antistante. La grotticella è rotondeggiante con copertura a falsa volta e porta quadrata. Anche questa grotta ha piccole dimensioni, come si ricava dalla figura. La doppia serie di menhirs che si allinea in vicinanza, non è probabilmente completa, giacché alcuni risultano chiaramente caduti ed altri asportati.
A fianco di questa doppia serie, a monte, si nota un masso che ha la forma di un grossolano parallelepipedo, disposto in modo da suggerirci un altare.
Questi due ritrovamenti hanno strette analogie nell'ambiente e nell'associazione grotta-menhirs. Sebbene le grotte abbiano forma diversa, identica è la tecnica costruttiva. Seguirono altre segnalazioni. Sempre in località Croppola, inserita in un gradone artificiali vi è una grotticella di pianta rettangolare ed entrata all'estremità del lato più lungo, tipo "Castelluccio I", che chiamiamo "Croppola 2". In località Castelluccio sullo sperone a Nord-Ovest di fronte a "Castelluccio I" vi è una singolare grotta al cui piano di accesso portano due scale in pietra che scendono dall'estremo gradone superiore. E' parzialmente occupata dalla roccia affiorante ed è del tipo "Croppola I". La porta è segnata superiormente da una breve gronda sporgente in pietra. Qui l'ambiente è estremamente suggestivo e appare chiara l'improponibilità dell'ipotesi che la grotta potesse essere utilizzata per scopi agricoli o similari. Poco distante, sull'estremo gradone di una serie, un'altra grotta a pianta allungata con piccola entrata sul lato minore ("Castelluccio 3").
In analogo contesto ambientale sono le due grotticelle in località Croppo: "Croppo I" e "Groppo 2". Sono esse del tipo di "Croppola I", ma più piccole.
Anche le ripide e quasi strapiombanti pendici della montagna che sovrasta la frazione Chezzo è stata ridotta a gradoni di non facile accesso, ma un tempo erano attrezzati con scale di pietra. Vi si trovano alcune grotticelle dalle caratteristiche simili a quelle di "Castelluccio I" e "Croppola I", ma molto più piccole per cui si entra m esse con qualche difficoltà. "Chezzo I" è inserita in un muro di circa m. 3 di altezza appoggiato a uno sperone di roccia con breve ripiano antistante, porta rettangolare che misura solo cm.80x70, mentre il vano interno o camera in parte è in muratura e in parte si appoggia alla roccia. Poco sopra "Chezzo 2" e "Chezzo 3", inserite m due successivi gradoni, ripetono le stesse dimensioni e'forma. Risalendo le rocce soprastanti si incontra nuovamente un ventaglio di gradoni di difficile accesso, in uno dei quali è stata ricavata col solito sistema una grotta di forma rotondeggiante, tipo "Croppola I", che chiameremo "Chezzo 4".
Nel contesto delle fasce e gradoni che salgono da Naviledo fino ad Alloggio è stata trovata una grotta a falsa volta di pianta ellittica del tipo di "Croppola I", addossata ad un grosso masso, e avvolta dalle radici di alcune piante che la stanno demolendo.
Queste strutture si ritrovano, come si è detto, anche in altre zone dell'Ossola e sempre in un contesto ambientale analogo Ci fa desumere che siano state tutte realizzate nel tempo in cui la regione è stata colonizzata dai primi agricoltori. Per inciso ricordiamo che le grotte a falsa volta, compaiono per la prima volta a Ur in Mesopotamia nelle tombe reali del 3° millennio a. C. e in quelle di Micene del 1450 a.C. circa.
Oltre a queste grotticelle e menhirs si possono riscontrare anche altre forme di intervento sul territorio risalenti alla medesima epoca. Accenno alla recinzione di tratti di prato e pascolo mediante muretti grossolani, alla inserzione di una fitta rete di tratturi per far giungere il bestiame nei luoghi opportuni, alle canalizzazioni delle acque che venivano allontanate dai sistemi di gradoni per impedirne il crollo, ma anche derivate, mediante rogge opportunamente tagliate nella roccia, dai ruscelli e torrenti verso le coltivazioni bisognose di essere irrigate. E se queste opere hanno avuto importanza sociale e furono oggetto di patti fra privati o anche pubblici, alcuni menhirs potrebbero essere stati posti a testimonianza. Come quelli per esempio che si trovano, in numero di quattro, sulla sponda destra del rio dei Cani a non molta distanza da "Castelluccio I" e "Croppola I".
Se, come è lecito pensare, l'agricoltura si è sviluppata parallelamente alla pastorizia è ancora questo il tempo in cui furono bonificate le zone pascolative dell'alta montagna, dove l'intervento dell'uomo era più facile, essendo prive della vegetazione di alto fusto ed aperte. Questo comportò necessariamente il tracciamento dei sentieri, la costruzione di baite per i pastori e ricoveri per il bestiame. La pietra e il legname erano fortunatamente disponibili e abbondanti. Gli alpeggi di Agarina, di Coipo, di Matogno e di Forgnone furono certamente frequentati e adattati al pascolo estivo come estensione di quello vicinale dei mesi primaverili, invernali e autunnali. Probabilmente già nel primo millenio a.C. tutto questo sforzo era già stato compiuto. Perfino l'apertura del passaggio nella roccia per salire dall'alpe Agarina a quelle del corso superiore dell'Isorno, mediante la scalinata intagliata nella montagna, pare sia stata praticata in quell'epoca. Ad Agarina ho trovato una roccia su un piccolo dosso in vicinanza delle baite dove alcune coppelle incise e collegate da canaletti stanno a testimoniare che si tratta di una pietra sacra, cioè di un altare; su di essa scorreva il sangue sacrificale o il latte delle libagioni alle divinità del luogo, allo scopo di impetrare la fecondità della terra e degli armenti.
E' forse l'unico segno evidente della religione preistorica, ed è stato ritrovato anche in altre zone dell'Ossola e specialmente in vai Vigezzo, dove l'attività pastorale è stata sempre intensa (2).
Al piano e sulle pendici inferiori della montagna si tagliavano i prati, si coltivavano il miglio e il panico, i legumi, le piante da frutto, ma soprattutto la vite. I ripiani quasi inaccessibili in cui sono state trovate le grotticelle erano adattissimi e, probabilmente, specifici per questa coltivazione. La vite era già nota e coltivata da almeno 4000 anni prima di Cristo nel Medio Oriente ed attestata prima del 3000 a.C. in Egitto. Gudea (2100 a. C. circa), re mesopotamico, fa coltivare la vite su terrazzamenti artificiali irrigabili; altri re in seguito vantano piantagioni di molte migliala di viti. Si era quindi già riusciti a trovare una varietà della vite selvatica, diffusa anche in Europa, capace di dare un prodotto di qualità. Dell'uva e del vino parlano tanto la Bibbia, con il patriarca Noè, quanto la mitologia classica che assegna al Dioniso greco ed al Bacco romano la scoperta e la diffusione della vite e del vino che "allieta dei ed uomini" (Gdc.9,13).
Anche a Montecrestese le ripe bene esposte al sole, riparate dai venti, riscaldate dai riverberi delle rocce vicine potevano costituire il luogo ideale per la coltivazione della vite.
La storia dei Leponzi, e quindi dei risiedenti sul territorio di Montecrestese, nei millenni che precedono la conquista romana si è andata indubbiamente arricchendo di vicende e di trasformazioni che solo possiamo quotare globalmente. Essi subirono la contemporanea influenza dei popoli della pianura e di quelli d'oltralpe. Nella pianura padana nel primo millenio a.C. sono gli Etruschi, abili commercianti e forgiatori di metalli, che svilupparono una civiltà preponderante su quella degli altri popoli e.tramite essi, anche le grandi civiltà che si affacciavano sul Mediterraneo (Egitto, Siria, Mesppotamia, Grecia, Fenicia) cominciarono ad essere conosciute dai popoli alpini.
I Leponzi nel momento in cui vollero scrivere la loro lingua adottano i caratteri etruschi. Oltre le Alpi i Celti, già a contatto con le colonie greche premevano, per inserirsi nel contesto italico occupando con le loro tribù gran parte dell'Italia settentrionale tenuta dai Liguri e dagli Etruschi. Attorno alla metà del 1° millenio a. C. essi sono in espansione ed è in pieno sviluppo la civiltà transalpina di La Tene. I Leponzi ne subirono l'influenza. Ai piedi delle Alpi, nella pianura e sulle basse colline, attorno ai laghi lombardi mostra caratteri propri la cultura di Golasecca. I reperti archeologici con- fermano che l'Ossola ha sentito l'influenza di ambedue queste culture: quella italica e quella gallica.
Di quest'epoca l'archeologia non ha finora dato molti reperti relativi a Montecrestese, ma proprio per- ché essi risultano scarsi sono tanto più preziosi.
Nell'estate del 1989 il signor Albino Ferrari di Roldo, facendo uno scavo per allontanare le acque pluviali dalla sua baita posta in località Colmine di Agarina a m. 1650 di altitudine, trovò ad una profondità variabile tra 20 e 50 cm., alcune pietre (7 in tutto) di forma lenticolare (due con diametro di 7-8 cm. e peso di circa 600 gr.; quattro con diametro di circa 11 cm. e peso di circa 600 gr. ed una con diametro di circa 13 cm. e peso di 1500 gr.), con foro al centro di circa 2 cm. Si tratta di blocchetti di pietra serpentina (laugera) da sempre utilizzata per costruire pentolarne e altri oggetti di vario uso (stufe, tubi, ecc.), essendo resistente al fuoco e poco dura (contiene talco) , quindi facile ad essere lavorata. Si riconoscono negli oggetti ritrovati alla Colmine i classici pesi in dotazione del telaio a mano per la confezione di tessuti di lana, di canapa o di lino in epoca preistorica e protostorica. Questo tipo di telaio si trova rappresentato fra il petroglifi della valle Camonica e fu sostituito in epoca romana da altro più efficiente.
Il ritrovamento, importante per la storia di Montecrestese, ci dice che le donne che salivano alle alpi assieme ai loro uomini non perdevano il tempo, ma continuavano anche là il loro lavoro domestico di filatura e tessitura. Questo tipo di telaio primitivo, di cui diamo il disegno, era noto in tutto il mon- do preistorico europeo fino dal 2° millenio a. C. Come appare anche dalla figura, i blocchi lenticolari di laugera servivano a tendere omogeneamente gruppi di fili dell'ordito (3).
In località Pie del Piaggio (m. 1092) recentemente il sig. Rabaglia Emilio di Naviledo, lavorando un orticello presso la sua baita a pochi passi dalla cappella, trovò alla profondità di circa 60 cm. una grande quantità di tutoli o resti di lavorazione al tornio di masselli di laugera per ricavarne calderotti in uso dalla preistoria fino ai tempi moderni. Sebbene non sia facile datare questi reperti che potrebbero risalire anche ad epoca medioevale (non c'è infatti traccia di simile lavorazione in quel luogo nella memoria degli abitanti), tuttavia sappiamo, sulla testimonianza di Plinio, che l'uso del tornio per queste lavorazioni era normale nel primo secolo d.C. Ciò significa che ci fu un tempo in cui in quel luogo era stata derivata l'acqua dall' Isorno mediante opportuna canalizzazione per produrre la necessaria forza idraulica capace di azionare un tornio per la lavorazione della laugera che in quel luogo è presente in molti trovanti (4).
In località Groppo di Burella uno scavo occasionale mise alla luce i reperti appartenuti ad una o due sepolture.
Anzitutto furono trovati due elementi in selce rossastra, fra cui è riconoscibile un raschiatoio , strumento che attesta un'attività umana locale risalente al più tardi all'eneolitico, epoca in cui si presume sia cessato l'uso di questi strumenti di selce. Gli altri sono:
Queste conclusioni non cambiano anche se si ammette che i reperti provengano da due tombe piuttosto che da una (5).
Di questa fusione delle due culture, padana e celtica sono testimoni anche molti altri reperti ritrovati in Ossola e nel Canton Ticino, pure territorio dei Leponzi (la valle Leventina ne porta il nome) dove, unitamente alla spada gallica, troviamo il vaso a trottola e iscrizioni in alfabeto etrusco (6).
I Leponzi nel momento in cui vollero scrivere la loro lingua adottano i caratteri etruschi. Oltre le Alpi i Celti, già a contatto con le colonie greche premevano, per inserirsi nel contesto italico occupando con le loro tribù gran parte dell'Italia settentrionale tenuta dai Liguri e dagli Etruschi. Attorno alla metà del 1° millenio a. C. essi sono in espansione ed è in pieno sviluppo la civiltà transalpina di La Tene. I Leponzi ne subirono l'influenza. Ai piedi delle Alpi, nella pianura e sulle basse colline, attorno ai laghi lombardi mostra caratteri propri la cultura di Golasecca. I reperti archeologici con- fermano che l'Ossola ha sentito l'influenza di ambedue queste culture: quella italica e quella gallica.
Di quest'epoca l'archeologia non ha finora dato molti reperti relativi a Montecrestese, ma proprio per- ché essi risultano scarsi sono tanto più preziosi.
Nell'estate del 1989 il signor Albino Ferrari di Roldo, facendo uno scavo per allontanare le acque pluviali dalla sua baita posta in località Colmine di Agarina a m. 1650 di altitudine, trovò ad una profondità variabile tra 20 e 50 cm., alcune pietre (7 in tutto) di forma lenticolare (due con diametro di 7-8 cm. e peso di circa 600 gr.; quattro con diametro di circa 11 cm. e peso di circa 600 gr. ed una con diametro di circa 13 cm. e peso di 1500 gr.), con foro al centro di circa 2 cm. Si tratta di blocchetti di pietra serpentina (laugera) da sempre utilizzata per costruire pentolarne e altri oggetti di vario uso (stufe, tubi, ecc.), essendo resistente al fuoco e poco dura (contiene talco) , quindi facile ad essere lavorata. Si riconoscono negli oggetti ritrovati alla Colmine i classici pesi in dotazione del telaio a mano per la confezione di tessuti di lana, di canapa o di lino in epoca preistorica e protostorica. Questo tipo di telaio si trova rappresentato fra il petroglifi della valle Camonica e fu sostituito in epoca romana da altro più efficiente.
Il ritrovamento, importante per la storia di Montecrestese, ci dice che le donne che salivano alle alpi assieme ai loro uomini non perdevano il tempo, ma continuavano anche là il loro lavoro domestico di filatura e tessitura. Questo tipo di telaio primitivo, di cui diamo il disegno, era noto in tutto il mon- do preistorico europeo fino dal 2° millenio a. C. Come appare anche dalla figura, i blocchi lenticolari di laugera servivano a tendere omogeneamente gruppi di fili dell'ordito (3).
In località Pie del Piaggio (m. 1092) recentemente il sig. Rabaglia Emilio di Naviledo, lavorando un orticello presso la sua baita a pochi passi dalla cappella, trovò alla profondità di circa 60 cm. una grande quantità di tutoli o resti di lavorazione al tornio di masselli di laugera per ricavarne calderotti in uso dalla preistoria fino ai tempi moderni. Sebbene non sia facile datare questi reperti che potrebbero risalire anche ad epoca medioevale (non c'è infatti traccia di simile lavorazione in quel luogo nella memoria degli abitanti), tuttavia sappiamo, sulla testimonianza di Plinio, che l'uso del tornio per queste lavorazioni era normale nel primo secolo d.C. Ciò significa che ci fu un tempo in cui in quel luogo era stata derivata l'acqua dall' Isorno mediante opportuna canalizzazione per produrre la necessaria forza idraulica capace di azionare un tornio per la lavorazione della laugera che in quel luogo è presente in molti trovanti (4).
In località Groppo di Burella uno scavo occasionale mise alla luce i reperti appartenuti ad una o due sepolture.
Anzitutto furono trovati due elementi in selce rossastra, fra cui è riconoscibile un raschiatoio , strumento che attesta un'attività umana locale risalente al più tardi all'eneolitico, epoca in cui si presume sia cessato l'uso di questi strumenti di selce. Gli altri sono:
- Un frammento di Coppa in ceramica, decorata a stralucido con grafite superiormente ed inferiormente da due fascie in nero e sul corpo da un motivo a rete ( bordo cm. 14,5, piede cm. 7,5, altezza cm. 9).
- Frammenti di Coppa in ceramica di analogo disegno ( bordo cm. 16, piede cm. 8,5, altezza cm. 12,5).
- Frammenti di Vasetto in ceramica, con collo sottile, verniciato in nero grafite ( bocca cm. 5,5, ventre cm. 13, fondo cm. 7,5, altezza cm. 12,5).
- Frammento di ansa ad occhiello verniciato in nero grafite.
- Spada in ferro gallica con puntale rastremato ed elsa a campana ( lunga cm. 71,5, lunghezza della lama cm. 59;5, larghezza massima cm. 5).
- Due Anelli in ferro ( cm. 5).
- Frammenti in ferro.
- Frammento di Armilla in grosso filo di bronzo.
- Frammento di lamina di bronzo.
- Un gancio di cintura.
Queste conclusioni non cambiano anche se si ammette che i reperti provengano da due tombe piuttosto che da una (5).
Di questa fusione delle due culture, padana e celtica sono testimoni anche molti altri reperti ritrovati in Ossola e nel Canton Ticino, pure territorio dei Leponzi (la valle Leventina ne porta il nome) dove, unitamente alla spada gallica, troviamo il vaso a trottola e iscrizioni in alfabeto etrusco (6).
Tratto da:
Storia di Montecrestese di Tullio Bettamini - Edizione di Oscellana
(Domodossola 1991)
Storia di Montecrestese di Tullio Bettamini - Edizione di Oscellana
(Domodossola 1991)





