Frazione di Lomese
Nomignolo legato alla tradizione:
Gli abitanti di Lomese (Qui da Lumès) sono detti I fauscìt perché abili ad usare la falce (fausc) nel lavoro dei campi e come arma di difesa sempre pronta.
Gli abitanti di Lomese (Qui da Lumès) sono detti I fauscìt perché abili ad usare la falce (fausc) nel lavoro dei campi e come arma di difesa sempre pronta.
Lomese compare per prima nel documento del 910 col toponimo Longomiso e successivamente con Longomexio (1222), Logomexio (1364), Lomexio (1411) e Lomesio (1524). Il toponimo potrebbe derivare da un longo-medo con significato di prato lungo (dalla radice germanica met = prato), ed è perfettamente in accordo con la natura del luogo.
Infatti Lomese si adagia al limite di un terreno ondulato coltivato a vigna e prato in una conca ben riparata e ricca di sole ai bordi della quale troviamo le frazioni di Chezzo, Croppomarcio, Torrione e Seggio (1). Con esse costituiva secondo ogni probabilità un'unica proprietà, la corte regia che nel 910 l'imperatore Berengario conferma al visconte Gariardo. In Lomese si riconoscono alcune abitazioni nobiliari in forma di castelli o case forti risalenti ai padroni originar! e discendenti, i signori di Castello, i nobili De Rodis-Baceno, e dei patrizi che assumono i nomi delle famiglie De Quirico e De Giuli dal secolo XV in avanti.
Queste annoverano numerosi rappresentanti del clero e del notariato. Don Giacomo De Giuli di Lomese, curato di Montecrestese, è anche il fondatore della cappellania di S. Lorenzo nella chiesa parrocchiale. Notiamo su alcune di queste case-forti l'appartenenza alla consorteria dei De Rodis-Baceno con lo stemma recante la ruota. I rappresentanti di questa nobiltà sono nominati nel giuramento del 19 Giugno 1222 in favore del comune di Vercelli. Di queste case-forti o castelli una, posta al centro della frazione e in gran parte diroccata, è databile dal secolo XII, le altre sembrano risalire al XV-XVI secolo.
Si tratta di robuste costruzioni in pietra locale che si elevano in numerosi piani di abitazione e difese da piccoli cortili recintati. Attorno ad esse sono cresciute le altre costruzioni di pretto disegno ossolano e montecrestesano ad uso di abitazione o cascina. Sulle porte e finestre sono spesso incise croci di ogni tipo, semplici e potenziate e perfino nella forma di svastica. Alla impressionante robustezza delle spesse murature in sasso vivo si accompagnano gli aerei solai ad "astrigo" aperti verso il sole, scale a rampa, ad arcoponte e ad arcorampante, con ardite soluzioni tutte realizzate mediante la pietra locale.
Si possono ancora vedere i resti di alcuni forni del pane ad uso di gruppi di famiglie, antichi torchi per l'uva, i pozzi che hanno preceduto gli attuali ampi abbeveratoi e lavatoi.
Restano anche tracce di alcuni piccoli molini nella valletta soprastante il paese, percorsa dal rio di Lomese sempre abbondante di acque sorgive. Lomese non ebbe un oratorio proprio, essendo molto vicino alla chiesa parrocchiale. Esisteva tuttavia un'antica cappella che all'inizio dell' '800 era abbandonata. Il signor Francesco Mogni, noto benefattore di Montecrestese, la fece restaurare a sue spese e ottenne, con rescritto del 10 Giugno 1839, il permesso del Vescovo di poterla far benedire, il che fu fatto dal rettore don Giuseppe Minoli il 16 Giugno 1839.
Fu questa cappella interamente dipinta dal valente pittore vigezzino Lorenzo Peretti. Sul fondo è affrescata la Madonna con il Cristo morto in grembo ed ai lati S. Gaudenzio e S. Carlo m preghiera . Sui muri laterali furono affrescate le immagini di S. Apollonia e S. Lucia a destra, ed a sinistra S. Antonio da Padova e S. Filomena; nel timpano frontale l'Eterno Padre (2). Sulle case di abitazione e sulle cascine appaiono anche altre pitture fra cui si distingue principalmente quella sulla casa Senestraro, dove un cartiglio recita: Antonio Senestraro abitante a Lomeso a fatto fare questa opera per sua devotione. 1656 adì 17 Febbraio.
L'affresco, di ignoto autore, rappresenta la Madonna del Rosario con il Bambino in piedi sulle ginocchio ed ai lati S. Giuseppe e S. Antonio abate . Nella ristrutturazione seicentesca di questa casa furono inseriti ai lati della porta d'entrata due mensolette con protomi umane appartenute alla decorazione romanica della chiesa parrocchiale.
Infatti Lomese si adagia al limite di un terreno ondulato coltivato a vigna e prato in una conca ben riparata e ricca di sole ai bordi della quale troviamo le frazioni di Chezzo, Croppomarcio, Torrione e Seggio (1). Con esse costituiva secondo ogni probabilità un'unica proprietà, la corte regia che nel 910 l'imperatore Berengario conferma al visconte Gariardo. In Lomese si riconoscono alcune abitazioni nobiliari in forma di castelli o case forti risalenti ai padroni originar! e discendenti, i signori di Castello, i nobili De Rodis-Baceno, e dei patrizi che assumono i nomi delle famiglie De Quirico e De Giuli dal secolo XV in avanti.
Queste annoverano numerosi rappresentanti del clero e del notariato. Don Giacomo De Giuli di Lomese, curato di Montecrestese, è anche il fondatore della cappellania di S. Lorenzo nella chiesa parrocchiale. Notiamo su alcune di queste case-forti l'appartenenza alla consorteria dei De Rodis-Baceno con lo stemma recante la ruota. I rappresentanti di questa nobiltà sono nominati nel giuramento del 19 Giugno 1222 in favore del comune di Vercelli. Di queste case-forti o castelli una, posta al centro della frazione e in gran parte diroccata, è databile dal secolo XII, le altre sembrano risalire al XV-XVI secolo.
Si tratta di robuste costruzioni in pietra locale che si elevano in numerosi piani di abitazione e difese da piccoli cortili recintati. Attorno ad esse sono cresciute le altre costruzioni di pretto disegno ossolano e montecrestesano ad uso di abitazione o cascina. Sulle porte e finestre sono spesso incise croci di ogni tipo, semplici e potenziate e perfino nella forma di svastica. Alla impressionante robustezza delle spesse murature in sasso vivo si accompagnano gli aerei solai ad "astrigo" aperti verso il sole, scale a rampa, ad arcoponte e ad arcorampante, con ardite soluzioni tutte realizzate mediante la pietra locale.
Si possono ancora vedere i resti di alcuni forni del pane ad uso di gruppi di famiglie, antichi torchi per l'uva, i pozzi che hanno preceduto gli attuali ampi abbeveratoi e lavatoi.
Restano anche tracce di alcuni piccoli molini nella valletta soprastante il paese, percorsa dal rio di Lomese sempre abbondante di acque sorgive. Lomese non ebbe un oratorio proprio, essendo molto vicino alla chiesa parrocchiale. Esisteva tuttavia un'antica cappella che all'inizio dell' '800 era abbandonata. Il signor Francesco Mogni, noto benefattore di Montecrestese, la fece restaurare a sue spese e ottenne, con rescritto del 10 Giugno 1839, il permesso del Vescovo di poterla far benedire, il che fu fatto dal rettore don Giuseppe Minoli il 16 Giugno 1839.
Fu questa cappella interamente dipinta dal valente pittore vigezzino Lorenzo Peretti. Sul fondo è affrescata la Madonna con il Cristo morto in grembo ed ai lati S. Gaudenzio e S. Carlo m preghiera . Sui muri laterali furono affrescate le immagini di S. Apollonia e S. Lucia a destra, ed a sinistra S. Antonio da Padova e S. Filomena; nel timpano frontale l'Eterno Padre (2). Sulle case di abitazione e sulle cascine appaiono anche altre pitture fra cui si distingue principalmente quella sulla casa Senestraro, dove un cartiglio recita: Antonio Senestraro abitante a Lomeso a fatto fare questa opera per sua devotione. 1656 adì 17 Febbraio.
L'affresco, di ignoto autore, rappresenta la Madonna del Rosario con il Bambino in piedi sulle ginocchio ed ai lati S. Giuseppe e S. Antonio abate . Nella ristrutturazione seicentesca di questa casa furono inseriti ai lati della porta d'entrata due mensolette con protomi umane appartenute alla decorazione romanica della chiesa parrocchiale.
Frazione di Chiesa
Nomignolo legato alla tradizione:
Gli uomini delle frazioni Chiesa e Croppola hanno il nomignolo di I scota sol ossia prendisole, e sulle rocce in cui le abitazioni sono costruite il sole certo non manca.
Gli uomini delle frazioni Chiesa e Croppola hanno il nomignolo di I scota sol ossia prendisole, e sulle rocce in cui le abitazioni sono costruite il sole certo non manca.
Chiesa fu considerata una frazione di Montecrestese molto tardivamente.
Indicava infatti esclusivamente il luogo dove stavano la chiesa parrocchiale e, poco distanti, le due case dei curati. Era comunque il centro della Comunità che si riuniva da tutte le frazioni non solo per le funzioni religiose, ma anche per trattare gli affari. All'inizio del '600 sorgono in vicinanza alcune costruzioni di proprietà della parrocchia, ma utilizzate anche dalla comunità. Ad esse si aggiunsero al limite della proprietà della chiesa alcune abitazioni private e qualche locale nell'intento di offrire migliore servizio alla gente che, specie nei giorni di festa, frequentava la chiesa.
Gli Statuti del 1525 accennano solo alla presenza della taverna dei Zani, al di sotto della quale non si potevano far risse. Sul finire del secolo XVI compare in occasione delle feste, ma era probabilmente un'antica tradizione, un piccolo mercato di pane e di carne ed altre merci che venivano prima poste in vendita sul muro del cimitero e poi nella vecchia sacrestia, destando la riprovazione dei Visitatori pastorali. Queste botteghe troveranno il loro giusto posto in vicinanza della chiesa e in luogo opportuno solo nel secolo XIX. E' anche da ricordare che al tempo dell'ultima ricostruzione della chiesa era sorta in vicinanza e gestita dai fabbricieri una fornace per cuocere la calce.
Finita la costruzione si venne nell'idea che tale fornace potesse dare un certo reddito alla chiesa e quindi si continuò ad usarla valendosi del volontariato della parrocchia.
Dice infatti il curato don Fedele Allegra scrivendo al vescovo mons. Morozzo nel 1819 che: il reddito principale di questa Chiesa, consiste in una fornace di calce, che si fa cuocere ogni biennio, e si vende da Curatori della Chiesa ai rispettivi particolari della Comune, il cui prezzo viene tutto applicato ai bisogni della Chiesa. Il materiale poi della fornace, cioè marmo e legne viene trasportato nei giorni/estivi, ed in occorrendo di qualche processione; per tal motivo egli chiede la dispensa dal riposo festivo per gli addetti. Il vescovo con le solite cautele risponde affermativamente (24 Aprile 1819) (1).
Il materiale era per lo più portato dalle cave di Crevola, ma una parte era trovata sulla montagna sovrastante.
Lungo il sentiero che porta da Nava a Veglio e tuttora visibile in vicinanza dell'affioramento di un modesto banco calcareo una piccola fornace da tempo in disuso. Una disgrazia che fece molta impressione nella comunità di Montecrestese fu quella che avvenne il 1° Giugno 1917 allorché Carlo Bartolomeo Dal Divedrò d.Giosio, dell'età di 44 anni, mentre lavorava attorno alla fornace,cadde incautamente in essa e non si potè in alcun modo dargli aiuto Accorse il curato a cui fece la pubblica confessione dei suoi peccati e ottenne l'assoluzione prima di essere consunta dalle fiamme. Dalla gente di Montecrestese egli fu considerato il «martire della fornace» (2).
L'uso della fornace cessò nel 1927 e lo stabile affittato a privati, fu trasformato in ghiacciaia e macello, per essere poi or sono pochi anni definitivamente demolito.
Nella demolizione fu recuperata una colonna della vecchia chiesa e alcuni capitelli Con delibera del 5 Aprile 1831, mercé le offerte di alcuni generosi oblatori fu stabilito di costruire una fontana «da farsi sotto la chiesa parrocchiale, vicino alla pubblica strada che conduce a Lomese». Nell'Ordinato del 9 Maggio seguente si affida l'opera al falegname Giovanni Battista Darioli di Domo.
Infatti «la conduttura sarà fatta mediante 259 bornelli di rovere della grossezza di 4 once con un trivello non minore di 3/4 d'oncia».
Un acquedotto dunque di legno con il solo terminale in tubo di ferro lungo 4 once e diametro un'oncia. L'opera richiedeva una comandata in cui dovevano essere impiegate 261 giornate ed erano elencati 238 uomini delle varie frazioni obbligati a fare la loro giornata (3). Fu realizzata ? Forse solo in parte giacché con delibera del 23 Novembre 1839 si decide la costruzione di una fontana sulla piazza della chiesa, ponendo il lavoro all'incanto il 6 Luglio 1841 (4). Noto ancora sul «Casone» l'affresco della Meridiana con alcuni tipici motti che l'accompagnano: Momentaneum aeternum operatur. 2 Cor.4 (Ciò che passa produce l'eterno) e: Da un punto sol l'eternità dipende. Saggio chi ben tutte l'ore spende.
Sul lato che guarda la chiesa vi si appoggia il Monumento dei Caduti e l'affresco seicentesco della Madonna di Loreto in breve nicchia rettangolare. Con l'istituzione della scuola elementare, la comparsa di botteghe di generi alimentari, di osteria e di nuove case di abitazione, con la costruzione del nuovo Municipio, del Centro culturale parrocchiale e la disponibilità di altri servizi, Chiesa può a pieno diritto attualmente dichiararsi nuova frazione del Comune e centro amministrativo civile e religioso di Montecrestese.
Indicava infatti esclusivamente il luogo dove stavano la chiesa parrocchiale e, poco distanti, le due case dei curati. Era comunque il centro della Comunità che si riuniva da tutte le frazioni non solo per le funzioni religiose, ma anche per trattare gli affari. All'inizio del '600 sorgono in vicinanza alcune costruzioni di proprietà della parrocchia, ma utilizzate anche dalla comunità. Ad esse si aggiunsero al limite della proprietà della chiesa alcune abitazioni private e qualche locale nell'intento di offrire migliore servizio alla gente che, specie nei giorni di festa, frequentava la chiesa.
Gli Statuti del 1525 accennano solo alla presenza della taverna dei Zani, al di sotto della quale non si potevano far risse. Sul finire del secolo XVI compare in occasione delle feste, ma era probabilmente un'antica tradizione, un piccolo mercato di pane e di carne ed altre merci che venivano prima poste in vendita sul muro del cimitero e poi nella vecchia sacrestia, destando la riprovazione dei Visitatori pastorali. Queste botteghe troveranno il loro giusto posto in vicinanza della chiesa e in luogo opportuno solo nel secolo XIX. E' anche da ricordare che al tempo dell'ultima ricostruzione della chiesa era sorta in vicinanza e gestita dai fabbricieri una fornace per cuocere la calce.
Finita la costruzione si venne nell'idea che tale fornace potesse dare un certo reddito alla chiesa e quindi si continuò ad usarla valendosi del volontariato della parrocchia.
Dice infatti il curato don Fedele Allegra scrivendo al vescovo mons. Morozzo nel 1819 che: il reddito principale di questa Chiesa, consiste in una fornace di calce, che si fa cuocere ogni biennio, e si vende da Curatori della Chiesa ai rispettivi particolari della Comune, il cui prezzo viene tutto applicato ai bisogni della Chiesa. Il materiale poi della fornace, cioè marmo e legne viene trasportato nei giorni/estivi, ed in occorrendo di qualche processione; per tal motivo egli chiede la dispensa dal riposo festivo per gli addetti. Il vescovo con le solite cautele risponde affermativamente (24 Aprile 1819) (1).
Il materiale era per lo più portato dalle cave di Crevola, ma una parte era trovata sulla montagna sovrastante.
Lungo il sentiero che porta da Nava a Veglio e tuttora visibile in vicinanza dell'affioramento di un modesto banco calcareo una piccola fornace da tempo in disuso. Una disgrazia che fece molta impressione nella comunità di Montecrestese fu quella che avvenne il 1° Giugno 1917 allorché Carlo Bartolomeo Dal Divedrò d.Giosio, dell'età di 44 anni, mentre lavorava attorno alla fornace,cadde incautamente in essa e non si potè in alcun modo dargli aiuto Accorse il curato a cui fece la pubblica confessione dei suoi peccati e ottenne l'assoluzione prima di essere consunta dalle fiamme. Dalla gente di Montecrestese egli fu considerato il «martire della fornace» (2).
L'uso della fornace cessò nel 1927 e lo stabile affittato a privati, fu trasformato in ghiacciaia e macello, per essere poi or sono pochi anni definitivamente demolito.
Nella demolizione fu recuperata una colonna della vecchia chiesa e alcuni capitelli Con delibera del 5 Aprile 1831, mercé le offerte di alcuni generosi oblatori fu stabilito di costruire una fontana «da farsi sotto la chiesa parrocchiale, vicino alla pubblica strada che conduce a Lomese». Nell'Ordinato del 9 Maggio seguente si affida l'opera al falegname Giovanni Battista Darioli di Domo.
Infatti «la conduttura sarà fatta mediante 259 bornelli di rovere della grossezza di 4 once con un trivello non minore di 3/4 d'oncia».
Un acquedotto dunque di legno con il solo terminale in tubo di ferro lungo 4 once e diametro un'oncia. L'opera richiedeva una comandata in cui dovevano essere impiegate 261 giornate ed erano elencati 238 uomini delle varie frazioni obbligati a fare la loro giornata (3). Fu realizzata ? Forse solo in parte giacché con delibera del 23 Novembre 1839 si decide la costruzione di una fontana sulla piazza della chiesa, ponendo il lavoro all'incanto il 6 Luglio 1841 (4). Noto ancora sul «Casone» l'affresco della Meridiana con alcuni tipici motti che l'accompagnano: Momentaneum aeternum operatur. 2 Cor.4 (Ciò che passa produce l'eterno) e: Da un punto sol l'eternità dipende. Saggio chi ben tutte l'ore spende.
Sul lato che guarda la chiesa vi si appoggia il Monumento dei Caduti e l'affresco seicentesco della Madonna di Loreto in breve nicchia rettangolare. Con l'istituzione della scuola elementare, la comparsa di botteghe di generi alimentari, di osteria e di nuove case di abitazione, con la costruzione del nuovo Municipio, del Centro culturale parrocchiale e la disponibilità di altri servizi, Chiesa può a pieno diritto attualmente dichiararsi nuova frazione del Comune e centro amministrativo civile e religioso di Montecrestese.
Frazione di Croppola
Nomignolo legato alla tradizione:
Gli uomini delle frazioni Chiesa e Croppola hanno il nomignolo di I scota sol ossia prendisole, e sulle rocce in cui le abitazioni sono costruite il sole certo non manca.
Gli uomini delle frazioni Chiesa e Croppola hanno il nomignolo di I scota sol ossia prendisole, e sulle rocce in cui le abitazioni sono costruite il sole certo non manca.
Croppola è frazione poco distante dalla chiesa e dalle case parrocchiali in prossimità della quale vediamo ancora qualche traccia di una strada di tipo romano-alpino, in gran parte cancellata dal bosco dopo la costruzione della rete viaria moderna. Il toponimo si riferisce ad un minuscolo gruppo di case antiche sorto su uno sperone roccioso, croppo, e solatio, da cui prende il significato.
Frazione di Roncareggio
Roncaneggio, situato appena sotto la chiesa parrocchiale è frazione di poche case e cascine. Il toponimo appare la prima volta negli Statuti del 1524. Può farsi derivare da ronco con significato di terreno dissodato.
Frazione di Chezzo
Nomignolo legato alla tradizione:
Gli abitanti di Chezzo (Qui da Chèz) sono detti i raspa piòt, ossia raspatori di piode, per indicare la faticosa ricerca di terreno da coltivare sulle rocce dove la frazione è collocata.
Gli abitanti di Chezzo (Qui da Chèz) sono detti i raspa piòt, ossia raspatori di piode, per indicare la faticosa ricerca di terreno da coltivare sulle rocce dove la frazione è collocata.
Chezzo è posto sull'orlo roccioso che limita a nord-ovest la vasta conca di Lomese. Il toponimo, frequente anche in altre zone dell'Ossola (Cheggio) è di origine incerta con il probabile significato di luogo esposto al sole derivabile dal fatto che tutti quelli così designati in Ossola godono della stessa situazione. Le varianti ci danno Chezio (1223), Checio (1378), Chesio (1552). Costruito pressoché totalmente sulla roccia offre notevoli esemplari di costruzioni anteriori al secolo XVII, alcune anche datate e decorate da qualche affresco, altre recentemente rimaneggiate. L'uso deìVastrigo e della scala di accesso ai piani superiori mediante rampa o arcoponte rampante da a questa frazione una interessante fisionomia architettonica meritevole di essere valorizzata. Sono ancora conservati alcuni forni per il pane, altri sono andati distrutti.
Alcune abitazioni sono praticamente in rovina, altre sono tuttora in uso. Piccoli affreschi devozionali appaiono sull'esterno delle case, fra cui noto i seguenti: Madonna con Bambino che tiene in mano una rosa, datata 1607 di buona fattura sopra la porta della casa, in un cortiletto dove un tempo vi era anche un bei forno del pane. Sotto il portico che copre un breve tratto della via è raffigurata La Madonna in trono con S. Giuseppe e S. Pietro ai lati e la scritta Senestraro Donato 1873, e un piccolo S. Donato martire fuori cornice. La SS. Trinità con S. Giuseppe e divoto, fatta dipingere nel 1646 da certo Gio. Antonio di cui non si legge il cognome.
Madonna con Bambino e divoto inginocchiato e la scritta dedicatoria Johannes fq. Jolo dil Bianche ha fatto fare il moderno anno gli naquero doi figli un parto 1626.
Altri affreschi si affacciano lungo la pittoresca salita che attraversa Chezzo ed all'interno di cortiletti privati. Cheggio apparteneva alla corte regia di Lomese ed i Conti di Castello lo tennero fino al 1378 allorché il signor Francesco fu Guidolino Xallata (de Castello ) di Trontano lo vendette al signor Guifredino di Baceno per 200 lire imperiali. A quell'epoca la servitù della gleba era cessata ed i contadini di Cheggio erano liberi, ma obbligati a pagare un canone di 3 moggia di grano e 30 soldi imperiali al padrone (1). Già in documenti del '500 si afferma che Chezzo era composto di due parti, una detta propriamente Chezzo e l'altra Chezzo fuori, a settentrione, con poche antiche case dove un tempo vi era un enorme torchio per l'uva posto sotto un portico sostenuto da quattro pilastri a forma di rozza colonna, segno dell'intensa coltivazione della vite che si faceva sulle ripide pendici assolate del monte.
Trovo anche un'antica pittura murale che rappresenta una Madonna con Bambino e divoto pescatore e la scritta ricordo Jacomo Gabioto ha fatto fare per sua divotione l'anno 1646 (2).
Negli antichi documenti è dato rilievo anche a una piccola località denominata Torrione, individuabile sotto Lomese dove attualmente dirama dalla strada comunale quella che porta attraverso la campagna a Seggio. Evidentemente i ruderi che si elevano dal croppo roccioso sono i resti di un piccolo castello antico con torre o casa-forte (3). Appoggiato ai croppi rocciosi che chiudono a sud la conca di Lomese, restano, in stato di totale abbandono ed in gran parte ormai ridotte in rovina, le case che costituivano l'abitato di Seggio.
Una quindicina di costruzioni su un rialzo roccioso che le pone al riparo dalla sottostante zona acquitrinosa. Alcune mostrano un certo impegno decorativo ed una notevole antichità. Architravi segnate con la croce potenziata, finestre e portali ad arco ben disegnati e un pretto dominio della pietra tagliata, quasi a dar l'impressione di un castello.
E qualcosa di simile dovette essere nei tempi più lontani, quando Seggio apparteneva alla corte regia di Lomese con il resto della conca e vi risiedeva qualche signorotto. Apparteneva infatti ancora nel secolo XIV ad un ramo dei Conti di Castello. In seguito ne troviamo padroni i Baceno. Il segno di questa appartenenza è riscontrabile in una casa, attualmente in stato di abbandono e pericolosamente esposta alla rovina, nella parte superiore della quale appaiono le tracce della decorazione di un saloncino decorato da uno dei fratelli Cagnola, più probabilmente Francesco, nel 1513. La fascia decorativa in alto ripete motivi ricorrenti anche nella chiesa di S. Gaudenzio di Baceno (tralci con fiori e frutti) e vi compaiono i motivi gentilizi dei De Rodis-Baceno (ruota bianca in campo rosso) e il giglio araldico di parte guelfa.
Notevole è poi l'affresco della Natività, tolto mediante strappo e conservato al S. Monte Calvario di Domodos- gio.
Evidentemente i ruderi che si elevano dal croppo roccioso sono i resti di un piccolo castello antico con torre o casa-forte 9. Appoggiato ai croppi rocciosi che chiudono a sud la conca di Lomese, restano, in stato di totale abbandono ed in gran parte ormai ridotte in rovina, le case che costituivano l'abitato di Seggio.
Una quindicina di costruzioni su un rialzo roccioso che le pone al riparo dalla sottostante zona acquitrinosa. Alcune mostrano un certo impegno decorativo ed una notevole antichità. Architravi segnate con la croce potenziata, finestre e portali ad arco ben disegnati e un pretto dominio della pietra tagliata, quasi a dar l'impressione di un castello. E qualcosa di simile dovette essere nei tempi più lontani, quando Seggio apparteneva alla corte regia di Lomese con il resto della conca e vi risiedeva qualche signorotto. Apparteneva infatti ancora nel secolo XIV ad un ramo dei Conti di Castello. In seguito ne troviamo padroni i Baceno. Il segno di questa appartenenza è riscontrabile in una casa, attualmente in stato di abbandono e pericolosamente esposta alla rovina, nella parte superiore della quale appaiono le tracce della decorazione di un saloncino decorato da uno dei fratelli Cagnola, più probabilmente Francesco, nel 1513. La fascia decorativa in alto ripete motivi ricorrenti anche nella chiesa di S. Gaudenzio di Baceno (tralci con fiori e frutti) e vi compaiono i motivi gentilizi dei De Rodis-Baceno (ruota bianca in campo rosso) e il giglio araldico di parte guelfa.
Notevole è poi l'affresco della Natività, tolto mediante strappo e conservato al S. Monte Calvario di Domodos sola, datato 1513 in cui si riconosce la mano del Gagnola; come pure la scritta ammonitrice Omnia Mors aequas (O Morte tu fai giustizia di ogni cosa). Questa era forse la casa in cui il signore riceveva ogni anno il tributo della decima e del livello dei suoi coloni. Il patriziato antico di Seggio possedeva diritti di pascolo nelle alpi più elevate della valle Isorno.
Il toponimo Seggio ha le varianti Sezio (1222), Sezo, Scezo (1330), Sedo (1411) e Sezio (1562).
L'origine è incerta, ma trattandosi di luogo abitato posto su rocce che emergono dalla sottostante zona acquitrinosa, potrebbe derivare semplicemente da Siccum indicante luogo asciutto in contrasto con il resto del terreno sottostante.
Alcune abitazioni sono praticamente in rovina, altre sono tuttora in uso. Piccoli affreschi devozionali appaiono sull'esterno delle case, fra cui noto i seguenti: Madonna con Bambino che tiene in mano una rosa, datata 1607 di buona fattura sopra la porta della casa, in un cortiletto dove un tempo vi era anche un bei forno del pane. Sotto il portico che copre un breve tratto della via è raffigurata La Madonna in trono con S. Giuseppe e S. Pietro ai lati e la scritta Senestraro Donato 1873, e un piccolo S. Donato martire fuori cornice. La SS. Trinità con S. Giuseppe e divoto, fatta dipingere nel 1646 da certo Gio. Antonio di cui non si legge il cognome.
Madonna con Bambino e divoto inginocchiato e la scritta dedicatoria Johannes fq. Jolo dil Bianche ha fatto fare il moderno anno gli naquero doi figli un parto 1626.
Altri affreschi si affacciano lungo la pittoresca salita che attraversa Chezzo ed all'interno di cortiletti privati. Cheggio apparteneva alla corte regia di Lomese ed i Conti di Castello lo tennero fino al 1378 allorché il signor Francesco fu Guidolino Xallata (de Castello ) di Trontano lo vendette al signor Guifredino di Baceno per 200 lire imperiali. A quell'epoca la servitù della gleba era cessata ed i contadini di Cheggio erano liberi, ma obbligati a pagare un canone di 3 moggia di grano e 30 soldi imperiali al padrone (1). Già in documenti del '500 si afferma che Chezzo era composto di due parti, una detta propriamente Chezzo e l'altra Chezzo fuori, a settentrione, con poche antiche case dove un tempo vi era un enorme torchio per l'uva posto sotto un portico sostenuto da quattro pilastri a forma di rozza colonna, segno dell'intensa coltivazione della vite che si faceva sulle ripide pendici assolate del monte.
Trovo anche un'antica pittura murale che rappresenta una Madonna con Bambino e divoto pescatore e la scritta ricordo Jacomo Gabioto ha fatto fare per sua divotione l'anno 1646 (2).
Negli antichi documenti è dato rilievo anche a una piccola località denominata Torrione, individuabile sotto Lomese dove attualmente dirama dalla strada comunale quella che porta attraverso la campagna a Seggio. Evidentemente i ruderi che si elevano dal croppo roccioso sono i resti di un piccolo castello antico con torre o casa-forte (3). Appoggiato ai croppi rocciosi che chiudono a sud la conca di Lomese, restano, in stato di totale abbandono ed in gran parte ormai ridotte in rovina, le case che costituivano l'abitato di Seggio.
Una quindicina di costruzioni su un rialzo roccioso che le pone al riparo dalla sottostante zona acquitrinosa. Alcune mostrano un certo impegno decorativo ed una notevole antichità. Architravi segnate con la croce potenziata, finestre e portali ad arco ben disegnati e un pretto dominio della pietra tagliata, quasi a dar l'impressione di un castello.
E qualcosa di simile dovette essere nei tempi più lontani, quando Seggio apparteneva alla corte regia di Lomese con il resto della conca e vi risiedeva qualche signorotto. Apparteneva infatti ancora nel secolo XIV ad un ramo dei Conti di Castello. In seguito ne troviamo padroni i Baceno. Il segno di questa appartenenza è riscontrabile in una casa, attualmente in stato di abbandono e pericolosamente esposta alla rovina, nella parte superiore della quale appaiono le tracce della decorazione di un saloncino decorato da uno dei fratelli Cagnola, più probabilmente Francesco, nel 1513. La fascia decorativa in alto ripete motivi ricorrenti anche nella chiesa di S. Gaudenzio di Baceno (tralci con fiori e frutti) e vi compaiono i motivi gentilizi dei De Rodis-Baceno (ruota bianca in campo rosso) e il giglio araldico di parte guelfa.
Notevole è poi l'affresco della Natività, tolto mediante strappo e conservato al S. Monte Calvario di Domodos- gio.
Evidentemente i ruderi che si elevano dal croppo roccioso sono i resti di un piccolo castello antico con torre o casa-forte 9. Appoggiato ai croppi rocciosi che chiudono a sud la conca di Lomese, restano, in stato di totale abbandono ed in gran parte ormai ridotte in rovina, le case che costituivano l'abitato di Seggio.
Una quindicina di costruzioni su un rialzo roccioso che le pone al riparo dalla sottostante zona acquitrinosa. Alcune mostrano un certo impegno decorativo ed una notevole antichità. Architravi segnate con la croce potenziata, finestre e portali ad arco ben disegnati e un pretto dominio della pietra tagliata, quasi a dar l'impressione di un castello. E qualcosa di simile dovette essere nei tempi più lontani, quando Seggio apparteneva alla corte regia di Lomese con il resto della conca e vi risiedeva qualche signorotto. Apparteneva infatti ancora nel secolo XIV ad un ramo dei Conti di Castello. In seguito ne troviamo padroni i Baceno. Il segno di questa appartenenza è riscontrabile in una casa, attualmente in stato di abbandono e pericolosamente esposta alla rovina, nella parte superiore della quale appaiono le tracce della decorazione di un saloncino decorato da uno dei fratelli Cagnola, più probabilmente Francesco, nel 1513. La fascia decorativa in alto ripete motivi ricorrenti anche nella chiesa di S. Gaudenzio di Baceno (tralci con fiori e frutti) e vi compaiono i motivi gentilizi dei De Rodis-Baceno (ruota bianca in campo rosso) e il giglio araldico di parte guelfa.
Notevole è poi l'affresco della Natività, tolto mediante strappo e conservato al S. Monte Calvario di Domodos sola, datato 1513 in cui si riconosce la mano del Gagnola; come pure la scritta ammonitrice Omnia Mors aequas (O Morte tu fai giustizia di ogni cosa). Questa era forse la casa in cui il signore riceveva ogni anno il tributo della decima e del livello dei suoi coloni. Il patriziato antico di Seggio possedeva diritti di pascolo nelle alpi più elevate della valle Isorno.
Il toponimo Seggio ha le varianti Sezio (1222), Sezo, Scezo (1330), Sedo (1411) e Sezio (1562).
L'origine è incerta, ma trattandosi di luogo abitato posto su rocce che emergono dalla sottostante zona acquitrinosa, potrebbe derivare semplicemente da Siccum indicante luogo asciutto in contrasto con il resto del terreno sottostante.
Frazione di Croppomarcio
Nomignolo legato alla tradizione:
Gli abitanti di Croppomarcio (Qui da Cropmarsc) sono detti semplicemente i marsciùi ossia i marciti, nomignolo derivante dal toponimo con ironica estensione alla costituzione fisica dei frazionisti.
Gli abitanti di Croppomarcio (Qui da Cropmarsc) sono detti semplicemente i marsciùi ossia i marciti, nomignolo derivante dal toponimo con ironica estensione alla costituzione fisica dei frazionisti.
Croppomarcio sta nella parte più bassa della conca di Lomese. Il croppo roccioso a cui si appoggia difende questa frazione dai venti freddi settentrionali e il rio di Lomese che passa in vicinanza sono stati sempre provvidenziali per questo insediamento non ancora abbandonato, ma in grave stato di deperimento.
Molte case infatti sono pericolanti ed altre ormai irrecuperabili.
Si hanno anche qui notevoli esempi di architettura quattro e cinquecentesca in pietra tagliata con qualche incisione e pittura. Le case sono separate da stretti vicoli, talora coperti da volte aggiunte.
Belle porte binate ad arco o a trave ripetono disegni e moduli antichi unitamente alle scale a rampa o ad arcoponte rampante come nelle altre frazioni. La stada di accesso permetterà probabilmente la sopravvivenza di questa frazione attorno alla quale un tempo fervevano i lavori dei contadini, come dimostrano gli estesi interventi per terrazzare tutti i possibili luoghi coltivabili. Il toponimo Croppomarcio, composto da Groppo con l'aggettivo marcio, è evidentemente legato a quello di Groppo frequentissimo in Ossola con il significato di groppo o nodo e quindi breve altura rocciosa rotondeggiante e marcio da alcuni grossi massi abbandonati dai ghiacciai in vicinanza dell'abitato, fortemente degradati e sfasciati in forma di fragili e grosse scaglie di micascisto.
Nei documenti appare piuttosto tardi con le varianti Cruppomarcio (1411) e Cruppomarzio (1618).
Molte case infatti sono pericolanti ed altre ormai irrecuperabili.
Si hanno anche qui notevoli esempi di architettura quattro e cinquecentesca in pietra tagliata con qualche incisione e pittura. Le case sono separate da stretti vicoli, talora coperti da volte aggiunte.
Belle porte binate ad arco o a trave ripetono disegni e moduli antichi unitamente alle scale a rampa o ad arcoponte rampante come nelle altre frazioni. La stada di accesso permetterà probabilmente la sopravvivenza di questa frazione attorno alla quale un tempo fervevano i lavori dei contadini, come dimostrano gli estesi interventi per terrazzare tutti i possibili luoghi coltivabili. Il toponimo Croppomarcio, composto da Groppo con l'aggettivo marcio, è evidentemente legato a quello di Groppo frequentissimo in Ossola con il significato di groppo o nodo e quindi breve altura rocciosa rotondeggiante e marcio da alcuni grossi massi abbandonati dai ghiacciai in vicinanza dell'abitato, fortemente degradati e sfasciati in forma di fragili e grosse scaglie di micascisto.
Nei documenti appare piuttosto tardi con le varianti Cruppomarcio (1411) e Cruppomarzio (1618).
Frazione di Ghesio
Ghesio, toponimo di incerta derivazione con le varianti Gexo (1411) e desio (1720), denomina una minuscola frazione poco distante da Croppomarcio, un tempo abitata da due o tre famiglie ed ora disabitata, ma antica, perché elencata fra quelle che dovevano pagare le decime ai canonici di Domo.
Frazione di Veglio
Nomignolo legato alla tradizione:
Gli abitanti di Veglio (Qui da Vèi) sono detti i Tuìsch ossia i Tedeschi, forse perché particolarmente isolati e con qualche differenza di linguaggio e di comportamento da assimilarli ai Tedeschi.
Gli abitanti di Veglio (Qui da Vèi) sono detti i Tuìsch ossia i Tedeschi, forse perché particolarmente isolati e con qualche differenza di linguaggio e di comportamento da assimilarli ai Tedeschi.
Veglio è frazione antica e un tempo intensamente abitata. Il toponimo appare inizialmente nella forma Avello (1346), dove la A iniziale traduce la preposizione Ad latina, mentre Velio si può facilmente derivare dal latino vigilia con il significato di Luogo di vigilanza. Il toponimo quindi è del tutto in accordo con il sito: un alto ripiano, difeso da rocce strapiombanti, dal quale sono ben visibili sia la valle maggiore, sia le valli Antigorio e Divedrò. L'abitato è disposto in una conca esposta al sole un tempo intensamente coltivata.
Un ripido sentiero fra le rocce permette di raggiungere il sottostante centro abitato di Pontemaglio all'imbocco della valle Antigorio. Sull'estremo lembo roccioso, in vicinanza del confine fra i comuni di Montecrestese e Crevola, si elevano i ruderi delle casetorri o castello di Veglio. Da esse dominavano i signori locali, padroni dei poderi circostanti. Questa costruzione appartenne al sistema di segnalazione e difensivo dell'Ossola.
Alle sue torri giungevano e da esse partivano i segnali luminosi con cui dalle valli superiori si comunicavano eventuali pericoli e richieste di soccorsi al castello di Mattarella e da questo, lungo il resto della valle, fino a Milano e Novara. Il castello di Veglio ha una parte più antica, probabilmente del secolo XIII, ed un'altra più recente del secolo XV, successivamente rimaneggiata nei secoli seguenti. Dal secolo XVII non risulta più abitato e questo è il motivo della sua rovina. Ce ne da una prima descrizione l'architetto Carlo Nigra (1). La parte più antica è una torre quadrata divisa in tré piani e coperta da un tetto a due falde in piode, caduto assieme ai piani in legno. La porta primitiva aveva la soglia a circa due metri sopra la roccia su cui la torre fu costruita; ha architrave triangolare come la finestra soprastante.
Questa torre doveva essere all'interno di un recinto murato che costituiva la prima difesa valendosi anche dei risalti rocciosi su cui era costruito.
In seguito, cioè nei secoli XV-XVI fu aggiunta una vasta costruzione di pianta rettangolare che si accosta allo spigolo meridionale della torre primitiva. Anche questa costruzione ha la forma di una casa-forte con finestre a feritoia e altre più ampie e porte binate su due piani, precedute da un atrio in forma di loggiato sostenuto da un pilastro circolare, tipico di altre costruzioni di Montecrestese risalenti a quel periodo. Una doppia scalinata permette di raggiungere le due costruzioni. Sullo stipite di una porta è incisa la data 1557 che però pare molto posteriore a quella della prima costruzione o ricostruzione. Chi fossero i signori che la fecero costruire e l'abitarono per alcuni secoli non è facile sapere. Crediamo più probabile che siano quegli stessi che se ne stavano più comodamente a Pontemaglio, tutti discendenti dei De Rodis-Baceno, dei quali rimangono ampie tracce indicative e che a Pontemaglio prendono i nomi di Della Caterina.
Ci pare infatti naturale che questi signori, essendo Pontemaglio un luogo posto in posizione difficile da difendere, abbiano fatto costruire il rifugio di Veglio che si può facilmente raggiungere mediante il ripido sentiero che lo congiunge con Pontemaglio.
Veglio era un tempo una delle frazioni più abitate e le case più antiche mostrano di risalire ai secoli XIII-XIV, ma molte altre furono ricostruite nei seguenti e specialmente nel XVI. Veglio ebbe un suo Oratorio, almeno dal secolo XIV, che fu riedificato nel secolo XVII. Con l'abbandono iniziato nel nostro secolo molte case sono crollate ed altre sono in pericolo di cadere. Contribuì all'allontanamento da questa frazione il supposto, ma non fondato, motivo che la sovrastante montagna sia in procinto di franare. La mancanza di importanti infrastrutture, come una comoda strada di accesso, fu invece la vera causa dell'abbandono e così molti crolli e danni si considerano irreparabili. Resistono solo pochi contadini che, lavorando i terreni non ancora abbandonati, mantengono alcune case in assetto abitativo.
Allorché la strada raggiungerà questa frazione, si può supporre che almeno nel periodo estivo torni ad animarsi come un tempo. Meritano un cenno alcune pitture murali devozionali che si possono ancora vedere a Veglio. La più antica e anche interessante è stata affrescata sul muro esterno, ma all'interno del cortiletto della casa appartenuta alla famiglia Senestraro.
L'ignoto pittore, quello stesso che ha affrescato la Madonna della rosa di Chezzo, raffigura la Madonna seduta in trono che regge con la destra il Bambino in piedi sul ginocchio destro e con la sinistra tiene un libro aperto su cui vi è la scritta Madre son di Colui / Che rege il tutto / Che a miei devoti / Sempre porto aiuto. A lato della figura un'altra scritta loanne fq. Zone dil Senestre ha fato pingere ali 5 Mazo l'Anno 1607. Curiosamente, il Bambino porta per ornamento al collo il Rosario. Altra pittura sulla medesima casa è datata 1684 che raffigura il Croce/isso con S. Carlo e la Madonna ed angioletti. Troviamo anche ripetutamente lo stemma dei De Rodis; compare su alcune antiche abitazioni e talvolta accompagna l'immagine della Madonna.
Segnalo quella con la scritta: Ritratto della gloriosa Madre di Dio. Chi passa per questa via salutava Vergine Maria con la successione di date 1672 e 1743. Al centro di Veglio c'è anche una cappella della Madonna delle Grazie che ha ai lati S. Giovanni evangelista e S. Pietro; nella cimasa il ricordo del divoto Giuseppe Alberti F.F. 1886.
Un ripido sentiero fra le rocce permette di raggiungere il sottostante centro abitato di Pontemaglio all'imbocco della valle Antigorio. Sull'estremo lembo roccioso, in vicinanza del confine fra i comuni di Montecrestese e Crevola, si elevano i ruderi delle casetorri o castello di Veglio. Da esse dominavano i signori locali, padroni dei poderi circostanti. Questa costruzione appartenne al sistema di segnalazione e difensivo dell'Ossola.
Alle sue torri giungevano e da esse partivano i segnali luminosi con cui dalle valli superiori si comunicavano eventuali pericoli e richieste di soccorsi al castello di Mattarella e da questo, lungo il resto della valle, fino a Milano e Novara. Il castello di Veglio ha una parte più antica, probabilmente del secolo XIII, ed un'altra più recente del secolo XV, successivamente rimaneggiata nei secoli seguenti. Dal secolo XVII non risulta più abitato e questo è il motivo della sua rovina. Ce ne da una prima descrizione l'architetto Carlo Nigra (1). La parte più antica è una torre quadrata divisa in tré piani e coperta da un tetto a due falde in piode, caduto assieme ai piani in legno. La porta primitiva aveva la soglia a circa due metri sopra la roccia su cui la torre fu costruita; ha architrave triangolare come la finestra soprastante.
Questa torre doveva essere all'interno di un recinto murato che costituiva la prima difesa valendosi anche dei risalti rocciosi su cui era costruito.
In seguito, cioè nei secoli XV-XVI fu aggiunta una vasta costruzione di pianta rettangolare che si accosta allo spigolo meridionale della torre primitiva. Anche questa costruzione ha la forma di una casa-forte con finestre a feritoia e altre più ampie e porte binate su due piani, precedute da un atrio in forma di loggiato sostenuto da un pilastro circolare, tipico di altre costruzioni di Montecrestese risalenti a quel periodo. Una doppia scalinata permette di raggiungere le due costruzioni. Sullo stipite di una porta è incisa la data 1557 che però pare molto posteriore a quella della prima costruzione o ricostruzione. Chi fossero i signori che la fecero costruire e l'abitarono per alcuni secoli non è facile sapere. Crediamo più probabile che siano quegli stessi che se ne stavano più comodamente a Pontemaglio, tutti discendenti dei De Rodis-Baceno, dei quali rimangono ampie tracce indicative e che a Pontemaglio prendono i nomi di Della Caterina.
Ci pare infatti naturale che questi signori, essendo Pontemaglio un luogo posto in posizione difficile da difendere, abbiano fatto costruire il rifugio di Veglio che si può facilmente raggiungere mediante il ripido sentiero che lo congiunge con Pontemaglio.
Veglio era un tempo una delle frazioni più abitate e le case più antiche mostrano di risalire ai secoli XIII-XIV, ma molte altre furono ricostruite nei seguenti e specialmente nel XVI. Veglio ebbe un suo Oratorio, almeno dal secolo XIV, che fu riedificato nel secolo XVII. Con l'abbandono iniziato nel nostro secolo molte case sono crollate ed altre sono in pericolo di cadere. Contribuì all'allontanamento da questa frazione il supposto, ma non fondato, motivo che la sovrastante montagna sia in procinto di franare. La mancanza di importanti infrastrutture, come una comoda strada di accesso, fu invece la vera causa dell'abbandono e così molti crolli e danni si considerano irreparabili. Resistono solo pochi contadini che, lavorando i terreni non ancora abbandonati, mantengono alcune case in assetto abitativo.
Allorché la strada raggiungerà questa frazione, si può supporre che almeno nel periodo estivo torni ad animarsi come un tempo. Meritano un cenno alcune pitture murali devozionali che si possono ancora vedere a Veglio. La più antica e anche interessante è stata affrescata sul muro esterno, ma all'interno del cortiletto della casa appartenuta alla famiglia Senestraro.
L'ignoto pittore, quello stesso che ha affrescato la Madonna della rosa di Chezzo, raffigura la Madonna seduta in trono che regge con la destra il Bambino in piedi sul ginocchio destro e con la sinistra tiene un libro aperto su cui vi è la scritta Madre son di Colui / Che rege il tutto / Che a miei devoti / Sempre porto aiuto. A lato della figura un'altra scritta loanne fq. Zone dil Senestre ha fato pingere ali 5 Mazo l'Anno 1607. Curiosamente, il Bambino porta per ornamento al collo il Rosario. Altra pittura sulla medesima casa è datata 1684 che raffigura il Croce/isso con S. Carlo e la Madonna ed angioletti. Troviamo anche ripetutamente lo stemma dei De Rodis; compare su alcune antiche abitazioni e talvolta accompagna l'immagine della Madonna.
Segnalo quella con la scritta: Ritratto della gloriosa Madre di Dio. Chi passa per questa via salutava Vergine Maria con la successione di date 1672 e 1743. Al centro di Veglio c'è anche una cappella della Madonna delle Grazie che ha ai lati S. Giovanni evangelista e S. Pietro; nella cimasa il ricordo del divoto Giuseppe Alberti F.F. 1886.
Frazione di Roledo
Nomignolo legato alla tradizione:
Gli abitanti di Roledo (Qui da Rulè) sono detti Rulèi, nomignolo che può derivare direttamente dal toponimo, ma che potrebbe essere sorto dalla presenza di macine per trattare canapa, noci, miglio od altro, qui forse con significato ironico di «macinatori di gusci» (la ròla = i gusci).
Gli abitanti di Roledo (Qui da Rulè) sono detti Rulèi, nomignolo che può derivare direttamente dal toponimo, ma che potrebbe essere sorto dalla presenza di macine per trattare canapa, noci, miglio od altro, qui forse con significato ironico di «macinatori di gusci» (la ròla = i gusci).
Roledo è una delle frazioni poste più in basso, adagiata sullo sperone solatio che, scendendo verso il Toce, guarda verso Crevola.
Il toponimo con le varianti Revoledo (1330), Rovoledo (1346) e Rogoledo impone la derivazione da robur = rovere e quindi col significato di bosco di roveri, un'essenza arborea abbondantemente presente anche attualmente. Roledo ripete le strutture abitative delle altre frazioni con costruzioni risalenti ai secolo XIII e seguenti, abbarbicate alla roccia. Alcune di esse hanno tutta l'apparenza di fortilizi con stretti vicoli intercomunicanti mediante passaggi spesso coperti.
Noto su una casa antica in pietra piccole finestre quadrate esternamente decorate da uno strato di intonaco in cui sono incise delle croci, il monogramma JHS ed i gigli araldici; è datata 1492. L'oratorio di S. Antonio, datato 1666, fu preceduto da altro del secolo XV.
Merita qualche attenzione anche il palazzetto settecentesco con ampio terrazzo antistante e che guarda sul piano ossolano. E' ricordato come il palazzo Azari. Infatti fu fatto costruire da Gaudenzio Azari che aveva negozi e relazioni commerciali nelle più grandi città d'Italia e anche all'estero e aveva comperato a Roledo un vasto appezzamento vignato. Dal figlio Gabriele Maria nacque a Rè il 1° Giugno 1799 Cario Azari con cui si chiuse questo ramo della famiglia.
Questi, morto a Roledo il 30 Gennaio 1876 lasciò l'intera proprietà di Roledo al rettore della parrocchia di Montecrestese don Giuseppe Maffei che ne scrisse una breve edificante biografia (1). Noto un modesto affresco sulla facciata di una casa all'inizio del paese: La Madonna del Rosario affiancata da S. Lorenzo e S. Antonio da Padova, con la scritta dedicatoria: Lorenzo Manera F.F. per sua devozione. 21 mensis Aprilis 1751. Molte antiche abitazioni hanno subito ristrutturazioni, altre sono fatiscenti.
Con il collegamento stradale moderno Roledo sta sviluppandosi anche al piano.
Il toponimo con le varianti Revoledo (1330), Rovoledo (1346) e Rogoledo impone la derivazione da robur = rovere e quindi col significato di bosco di roveri, un'essenza arborea abbondantemente presente anche attualmente. Roledo ripete le strutture abitative delle altre frazioni con costruzioni risalenti ai secolo XIII e seguenti, abbarbicate alla roccia. Alcune di esse hanno tutta l'apparenza di fortilizi con stretti vicoli intercomunicanti mediante passaggi spesso coperti.
Noto su una casa antica in pietra piccole finestre quadrate esternamente decorate da uno strato di intonaco in cui sono incise delle croci, il monogramma JHS ed i gigli araldici; è datata 1492. L'oratorio di S. Antonio, datato 1666, fu preceduto da altro del secolo XV.
Merita qualche attenzione anche il palazzetto settecentesco con ampio terrazzo antistante e che guarda sul piano ossolano. E' ricordato come il palazzo Azari. Infatti fu fatto costruire da Gaudenzio Azari che aveva negozi e relazioni commerciali nelle più grandi città d'Italia e anche all'estero e aveva comperato a Roledo un vasto appezzamento vignato. Dal figlio Gabriele Maria nacque a Rè il 1° Giugno 1799 Cario Azari con cui si chiuse questo ramo della famiglia.
Questi, morto a Roledo il 30 Gennaio 1876 lasciò l'intera proprietà di Roledo al rettore della parrocchia di Montecrestese don Giuseppe Maffei che ne scrisse una breve edificante biografia (1). Noto un modesto affresco sulla facciata di una casa all'inizio del paese: La Madonna del Rosario affiancata da S. Lorenzo e S. Antonio da Padova, con la scritta dedicatoria: Lorenzo Manera F.F. per sua devozione. 21 mensis Aprilis 1751. Molte antiche abitazioni hanno subito ristrutturazioni, altre sono fatiscenti.
Con il collegamento stradale moderno Roledo sta sviluppandosi anche al piano.
Frazione di Nava
Nomignolo legato alla tradizione:
Gli abitanti di Nava (Qui da Navà) sono detti i velar ossia i bambini forse per la loro ingenuità e vivacità.
Gli abitanti di Nava (Qui da Navà) sono detti i velar ossia i bambini forse per la loro ingenuità e vivacità.
Nava, toponimo che non risulta abbia avuto varianti, è frazione antica, già nominata nel 1235, posta su un pianoro in leggero pendio, ben soleggiata e difesa dai venti settentrionali, incastonata in un fitto bosco che si estende ampiamente a delimitare le zone coltivate, ora a prato, ma un tempo a segale ed a vigna. Il toponimo, frequente in molte regioni dell'Italia settentrionale si fa generalmente derivare dal celtico nava con significato di conca, campo piano fra i boschi. Frazione sempre abitata, ha costruzioni tipiche montecrestesane risalenti al secolo XVI e XVII, su altre più antiche. Alcune abitazioni meritano qualche attenzione per la purezza dello stile cinquecentesco o seicentesco in cui furono costruite.
Così la casa Piola, documentata anche da una iscrizione su blocco di marmo che ricorda il costruttore: A. PIOLA F.Q. A. F.Q. CA.1652 (Antonio Piola fu Antonio fu Carlo 1652), si accosta ad altra di struttura molto più antica, con cortile murato nel quale si aprono alcuni spioncini e vi si affacciano il forno e le stalle. Nava fu anche la sede dei Picchi, famosi briganti che hanno imperversato nel secolo XVII in Ossola e dintorni.
L'Oratorio seicentesco fu costruito su altro del secolo XVI.
Così la casa Piola, documentata anche da una iscrizione su blocco di marmo che ricorda il costruttore: A. PIOLA F.Q. A. F.Q. CA.1652 (Antonio Piola fu Antonio fu Carlo 1652), si accosta ad altra di struttura molto più antica, con cortile murato nel quale si aprono alcuni spioncini e vi si affacciano il forno e le stalle. Nava fu anche la sede dei Picchi, famosi briganti che hanno imperversato nel secolo XVII in Ossola e dintorni.
L'Oratorio seicentesco fu costruito su altro del secolo XVI.
Frazione di Piccioledo
Piccioledo è una minuscola frazione poco sopra Nava, un tempo abitata da un piccolo numero di famiglie, poi abbandonata ed ora in fase di recupero.
Il toponimo appare con diverse varianti Pixola (1307,1364), Posoledo (1330), Picioledo (1562), con derivazione da petiola ossia piccola pezza di terra. La cappella dedicata alla Madonna con antistante portichetto, affrescata dal pittore Carlo Mellerio attorno al 1670, sta per cadere ed essere ingoiata dai rovi.
Il toponimo appare con diverse varianti Pixola (1307,1364), Posoledo (1330), Picioledo (1562), con derivazione da petiola ossia piccola pezza di terra. La cappella dedicata alla Madonna con antistante portichetto, affrescata dal pittore Carlo Mellerio attorno al 1670, sta per cadere ed essere ingoiata dai rovi.
Frazione di Castelluccio
Castelluccio è un'altra minuscola frazione, ora disabitata, ma documentata nel secolo XIII. E' costituita essenzialmente dal piccolo castello, come vuole lo stesso toponimo, posto su un croppo roccioso che ha davanti a sé la pianura alluvionale che si estende dal Toce fino all'Isorno. Ai piedi della roccia è da notare una bella marmitta glaciale che meriterebbe un'approfondita indagine per studiarne il contenuto sotto l'aspetto archeologico.
Castelluccio: un luogo di rifugio quindi, di modestissime dimensioni, costituito da una torricella o casa forte circondata da un muretto che insiste sui risalti rocciosi per costituire una prima difesa. Questo tipo di costruzione era frequente nel secolo XII e doveva appartenere a qualche signore dominante nell'Ossola. Castelluccio non è stato notato dagli storici e neppure appare nell'elenco dei castelli dell'Ossola. La torretta ha solo due piani di cui rimane intatto il pian terreno ed ha un tetto a due spioventi in piode.
Notevole è il disegno della porta con stipiti compositi, accimanti con mensole sormontate da un'architrave con arco di scarico, disegno che può farsi risalire ai secoli XI-XII. Le costruzioni addossate alla torricella sono più recenti, risalendo al secolo XV-XVI. Rimaneggiamenti furono fatti nella parte superiore più recentemente (sec.XVIII). Era ancora abitata alla fine del secolo scorso, dopo di che, con la caduta del tetto, sta andando in rovina.
Appartengono alla frazione di Castelluccio anche una diecina di costruzioni in vicinanza, tutte abbarbicate alla viva roccia. Alcune mostrano una notevole antichità e paiono integrarsi nel sistema difensivo con le forti mura, gli architravi triangolari e le piccole finestre che si trasformano in feritoie. Risalgono, pare, al secolo XII e seguenti, rimaneggiate e attualmente semiabbandonate perché pericolanti.
Da notare l'edicola inserita esternamente nel muro di una casa fondata sulla roccia. Fu affrescata dal pittore Giacomo di Cardone nel 1542 come recita l'iscrizione posta sull'arco. Rappresenta la Madonna delle Grazie (1).
Castelluccio: un luogo di rifugio quindi, di modestissime dimensioni, costituito da una torricella o casa forte circondata da un muretto che insiste sui risalti rocciosi per costituire una prima difesa. Questo tipo di costruzione era frequente nel secolo XII e doveva appartenere a qualche signore dominante nell'Ossola. Castelluccio non è stato notato dagli storici e neppure appare nell'elenco dei castelli dell'Ossola. La torretta ha solo due piani di cui rimane intatto il pian terreno ed ha un tetto a due spioventi in piode.
Notevole è il disegno della porta con stipiti compositi, accimanti con mensole sormontate da un'architrave con arco di scarico, disegno che può farsi risalire ai secoli XI-XII. Le costruzioni addossate alla torricella sono più recenti, risalendo al secolo XV-XVI. Rimaneggiamenti furono fatti nella parte superiore più recentemente (sec.XVIII). Era ancora abitata alla fine del secolo scorso, dopo di che, con la caduta del tetto, sta andando in rovina.
Appartengono alla frazione di Castelluccio anche una diecina di costruzioni in vicinanza, tutte abbarbicate alla viva roccia. Alcune mostrano una notevole antichità e paiono integrarsi nel sistema difensivo con le forti mura, gli architravi triangolari e le piccole finestre che si trasformano in feritoie. Risalgono, pare, al secolo XII e seguenti, rimaneggiate e attualmente semiabbandonate perché pericolanti.
Da notare l'edicola inserita esternamente nel muro di una casa fondata sulla roccia. Fu affrescata dal pittore Giacomo di Cardone nel 1542 come recita l'iscrizione posta sull'arco. Rappresenta la Madonna delle Grazie (1).
Tratto da:
Storia di Montecrestese di Tullio Bettamini - Edizione di Oscellana
(Domodossola 1991)
Storia di Montecrestese di Tullio Bettamini - Edizione di Oscellana
(Domodossola 1991)





